Attacchi Turchi nei Balcani e in Adriatico

PENETRAZIONE TURCA NEI BALCANI E NELL’ADRIATICO

a cura di Mario Spina

 

Uno storico autorevole[1] afferma che in realtà le fonti documentali dell’epoca non parlano di attacchi diretti a Pescara, inoltre , secondo l’autore non si può neppure parlare di “pericolo turco” ma di esagerazioni di storici dell’epoca non suffragate da prove adeguate. La tesi citata non appare convincente sia perché altri storici vissuti poco dopo parlano dell’attacco turco a Pescara , non solo ma evidenziano come fosse estremamente sentito dalla popolazione il pericolo turco. E’ un dato di fatto che per via della penetrazione turca nei Balcani e nell’Adriatico questo mare  era divenuto poco sicuro per i traffici ed i commerci, anche se vari accordi tra le potenze del tempo (Spagna, Venezia ed Impero Turco) cercavano di garantire il normale svolgimento dei traffici economici e la sicurezza della navigazione. Si assisteva ad una minacciosa penetrazione turca nell’Adriatico: Zara era stata presa dai Turchi nel 1409, Sebenico nel 1413, Trau (Trogir) nel 1419. Trogir era, inoltre,  vicina all’attuale Dubrovnik, (che all’epoca era la Repubblica di Ragusa, vassalla dell’impero ottomano) e  nel 1420 fu presa anche Spalato. La Serbia era stata sottomessa nel 1459 e la Bosnia nel 1463. Inoltre, i Turchi di Maometto II al comando del corsaro Magarbech già nel 1478 e 1479 avevano devastato le coste dell’Istria ed erano giunti sino al fiume Isonzo.

IL MARTIRIO DI OTRANTO

Gli Ottocento Martiri, Patroni dell’Arcidiocesi, sono festeggiati il 14 agosto. Compatrono della città è San Francesco da Paola che dall’Eremo di Paternò, qualche mese prima dell’eccidio, dopo una premonizione mistica, scrisse al Re nel tentativo di salvare Otranto, ma non fu ascoltato. Ai suoi confratelli aveva detto: “ Otranto città infelice, di quanti cadaveri vedo ricoperte le vie; di quanto sangue cristiano ti vedo inondata”. Due secoli prima anche l’abate Verdino da Otranto (morto nel novembre 1279), dal monastero di Cosenza, aveva predetto:

“La mia patria Otranto sarà distrutta dal dragone musulmano”. In effetti, pur considerando che  vari massacri di tal fatta erano stati già perpetrati sia dai cristiani che dai Musulmani, la vicenda appare strana fin dalla sua genesi specie per la sua efferatezza se si considera che l’ISLAM vieta di massacrare Ebrei e Cristiani che non vogliano convertirsi a forza, mentre non pone lo stesso divieto nei confronti dei pagani (uomini senza Dio) che rifiutino la conversione forzata all’ISLAM.

Nel 1480[2] precisamente il 28 luglio, 18.000 ottomani, con una flotta di 150 navi, si mossero verso la cittadina salentina con l’intenzione di saccheggiarla e conquistarla. La flotta era comandata dal grande ammiraglio dell’impero ottomano Gedik Ahmed Pascià. L’attacco fu ordinato dal sultano Maometto II , allorché Ferdinando di Napoli, nella primavera del 1480, fece pervenire alcuni aiuti ai cavalieri di Rodi assediati dai turchi. Per ritorsione il sultano aveva fatto occupare Valona da Ahmed Pascià e aveva dato il via all’impresa di Otranto mentre le galee veneziane, presenti nelle vicinanze del canale, si ritiravano a Corfù[3] .  Il progetto ottomano era grandioso: occupare Otranto, conquistare il sud d’Italia, poi su, fino alla Francia e ricongiungersi con i musulmani di Spagna. Il 28 luglio diciottomila uomini, sbarcarono sulla lunga spiaggia presso i Laghi Alimini

La guarnigione aragonese che custodiva la città si ritirò perché inferiore di numero e restò solo la popolazione a difendere la cittadina . L’11 agosto, dopo un furioso bombardamento da terra e da mare durato tredici giorni, le milizie musulmane entrarono nello spazio intramurario di Otranto: fu una carneficina. Per tre giorni ci fu il massacro indiscriminato: cadde, fra gli altri, anche il vescovo Stefano Pendinelli, ucciso nella sua stessa cattedrale mentre celebrava il Sacrificio  Eucaristico. Il pavimento celebre per uno dei mosaici pavimentali più belli di tutto il nostro Medioevo si macchiò del sangue del vescovo martirizzato, cui un colpo di scimitarra staccò di netto la testa. Molti altri sacerdoti , monache e gente del popolo furono massacrati all’interno della chiesa e nelle viuzze della città. Il 14 agosto Ahmed Pascià ordinò di rastrellare tutti i superstiti di sesso maschile e di età superiore ai quindici anni, mentre le donne furono ridotte in schiavitù e molte di esse violentate. I superstiti maschi erano circa ottocento: fu loro proposta la scelta tra l’apostasia e la decapitazione. Solo 20 riuscirono a riscattarsi pagando 300 ducati a testa, tutti gli altri scelsero il martirio rifiutando di abiurare la propria religione.

Rispose per tutti, secondo la tradizione, il vecchio cimatore di lana Antonio Pezzulla , (fu il primo ad essere decapitato: venne quindi detto “Primaldo”).  Questi esortò i suoi concittadini dicendo: «Fratelli miei, ora è tempo che combattiamo per salvare le anime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la gloria del martirio[4]».

Allora, a gruppi di cinquanta, i prigionieri furono portati sulla collina detta “di Minerva”, presso la città -quella che oggi è detta “collina dei Martiri”- e vennero decapitati. Egli secondo la tradizione rimase in piedi, pur con la testa mozzata, fino a quando non furono uccisi tutti gli ottocento martiri.  Profondamente scosso, il carnefice Bernabei si convertì e fu impalato poco distante. Tutta la vicenda del martirio è intrisa di sovrannaturale.

Finalmente l’8 settembre 1481 (festa religiosa della Natività di Maria Vergine), dopo dodici mesi di assedio da parte degli Aragonesi i turchi si ritirarono, complice anche la morte di Maometto II. Cinque giorni dopo si poterono recuperare i corpi dei Martiri che, nonostante giacessero, da oltre un anno, abbandonati sul colle, erano per buona parte incorrotti. La maggior parte di essi venne pietosamente sepolta nella cripta della cattedrale, altri, circa duecentocinquanta, furono portati dal Re a Napoli nella chiesa di S. Maria Maddalena, detta dopo dei Martiri (poi definitivamente nella chiesa di S. Caterina a Formiello). Ad Otranto, l’anno successivo, in cattedrale fu loro dedicata una cappella alle cui spese contribuì il Re con una donazione.

Al centro della medesima cappella si trova un’antica e prodigiosa statua della Madonna. Durante la presa della città un soldato, credendola d’oro, la rubò. La portò a Valona, ma quando vide che era solo di legno dorato la gettò tra i rifiuti. Vi era in quella casa una donna otrantina, tenuta come schiava, che vista la sua Madonna gelosamente la raccolse. Il permesso per rimandarla a Otranto lo ottenne quando la padrona, che era incinta, colta dalle doglie, partorì felicemente solo dopo le sue preghiere. La tradizione dice che, posta su una piccola imbarcazione, senza vela e senza che nessuno fosse a bordo, da sola tornò ad Otranto. In un’esplosione di gioia collettiva la statua fu riportata in cattedrale, accolta dal Vescovo Serafino da Squillace[5].

I “martiri di Otranto” furono beatificati in blocco nel 1771.

Il 27 maggio 1994 viene emanato il Decreto della Congregazione delle Cause dei Santi con cui si riconosce la validità dell’Inchiesta Diocesana sulla storicità del martirio, tenuta dal 16 febbraio 1991 al 21 marzo 1993. Il 6 luglio 2007 Papa Benedetto XVI dispone che la Congregazione delle Cause dei Santi pubblichi il Decreto sul martirio. Il 27 maggio 2011 la Congregazione delle Cause dei Santi con Decreto riconosce la validità dell’Inchiesta diocesana su una guarigione ritenuta miracolosa riguardante Suor Francesca Levote, delle Sorelle Povere di Santa Chiara del Monastero di Otranto, da una grave forma di cancro. Il 20 dicembre 2012 Papa Benedetto XVI autorizza la pubblicazione del Decreto sul Miracolo. In esso si riconosce la guarigione prodigiosa “rapida, completa e duratura” della Religiosa Clarissa Francesca Levote operata dal Signore per intercessione dei Beati Martiri Antonio Primaldo e Compagni, da “cancro endometrioide dell’ovaio con progressione metastatica (IV stadio) e grave complicazione dello stato generale”. L’11 febbraio 2013, nel corso del Concistoro Ordinario Pubblico il Santo Padre Benedetto XVI decreta che siano iscritti nell’Albo dei Santi. Sono stati canonizzati da Papa Francesco in piazza San Pietro a Roma il 12 maggio 2013. Questo a riprova di come il sacro ed il profano siano strettamente connessi e di come le vicende storiche siano spesso legate al soprannaturale.

L’eccidio degli idruntini ebbe vasta eco in tutta Italia: ne scrissero molti storici mentre Ludovico Ariosto compose la commedia “I Suppositi”. Nel 1539 l’Arcivescovo Pietro Antonio de Capua istruì il processo per il riconoscimento del martirio degli Ottocento, in odio alla fede cristiana. Il popolo ne invocava l’intercessione come patroni, tra l’altro proprio durante il pericolo di altri assedi (nel 1537 e nel 1644)[6]. Come si vede vi erano fondati elementi nella popolazione per temere il pericolo turco. Ma non è finita qui.

Nel 1481 lo stesso corsaro Magarbech che già nel 1478 e 1479 aveva devastato le coste dell’Istria e si era spinto sino al fiume Isonzo, entrò nel Friuli con 30.000 Turchi; in ciò approfittando delle rivalità tra la Repubblica di Venezia ed il Ducato di Milano tra loro nemici. Stessa cosa avvenne nel 1499, quando Scander Bascià, corrompendo Ludovico il Moro, duca di Milano, ottenne la sua “desistenza” e, permise ai Turchi di devastare i territori di Venezia ed in particolare la campagna del Friuli.  Quanto poi al pericolo reale che non era sentito dalla popolazione è bene evidenziare, come in quel periodo, cominciassero a divenire fondamentali per lo sviluppo dei traffici commerciali  requisiti quali la sicurezza delle rotte e degli approdi. Corsari turchi devastarono il porto di Recanati nel 1518. L’avanzata dei Turchi procedeva speditamente sotto la guida di  Solimano II il Grande: nel 1521 vi era la stata la conquista di Belgrado, (che già nel 1456 aveva rischiato di cadere). Nel 1522 vi era stata la capitolazione dei Cavalieri di S. Giovanni a Rodi, con conseguente controllo da parte turca delle rotte dei traffici commerciali dei Genovesi e dei Veneziani. L’avanzata turca vi fu anche verso il medio e basso Danubio[7]  . Nel 1529 la stessa Vienna fu minacciata ed assediata e, solo a prezzo di dure battaglie si riuscì a respingere la minaccia. Nel 1526 nella battaglia di Mohacs l’Ungheria, al comando del proprio re Luigi II , veniva sconfitta e fu sottoposta al dominio turco riacquistando la propria indipendenza solo nel 1818; la stessa Ungheria  nel 1541 diventava una provincia ottomana. Altre città croate caddero sotto il dominio ottomano: Scardona (Skradin) e Knin nel 1527, Ostrovica nel 1523, Senj nel 1524, Obrovazzo (Obrovac) e Udbina nel 1527, Jaice e Banja Luka nel 1528.  Quindi nella prima metà del Cinquecento gran parte della riva Est dell’Adriatico era in mano alla flotta ed all’esercito ottomano (Bosnia, Serbia, Cossovo, Albania, Grecia), ad eccezione di parte della Croazia della repubblica di Ragusa (vassalla dei Turchi) e del regno di Montenegro, che comunque anch’esso era uno stato vassallo dei Turchi. Molte altre isole greche compresa Cipro erano state sottratte a Venezia dai Turchi. Non solo, ma Venezia che rivendicava la propria giurisdizione su tutto l’Adriatico, in realtà non era in grado di garantire la sicurezza dei traffici, ma neppure di conquistare ad es. le coste pugliesi, come i Turchi avevano fatto dalla parte balcanica e più volte avevano portato assalti in Adriatico . La differenza è che l’impero Ottomano aveva a disposizione una serie di territori da cui partire per allargare i propri domini, mentre la Repubblica di Venezia si limitava a riaffermare una generica supremazia navale senza che si traducesse in dominio territoriale effettivo come accadeva con i Turchi sull’altra sponda dell’Adriatico. I Veneziani erano costretti a subire la presenza dei Turchi nell’Adriatico e più volte erano stati costretti a venire a patti con loro come con la pace di Bologna del 1529. In realtà, da uno studio comparato emerge come le prove della penetrazione in Adriatico dei Turchi o dei loro alleati era sotto gli occhi di tutti, ed il pericolo era fortemente avvertito dalla popolazione. Nello stesso periodo erano molto frequenti anche gli attacchi della pirateria portati dagli Uscocchi e dagli Aiduchi[8]  il che metteva a grave rischio la sicurezza della navigazione fino ad allora “garantita” dalla Repubblica di Venezia. Quindi oltre ai Turchi vi era anche la pirateria: “si calcola che tra il 1541 ed il 1544 i pirati uscocchi abbiano portato a termine con successo oltre 100 colpi. Si pensi che nel 1579 papa Gregorio XIII sostenitore e protettore degli uscocchi, fu costretto a pagare cento fiorini al mese , circa ottocento scudi in totale, per evitare che fossero depredate navi e vascelli pontifici diretti ad Ancona[9] . In base a questi elementi non ci pare che si possa sostenere che non vi fosse un pericolo immanente di attacco turco proprio perché questi o i pirati saraceni da loro prezzolati, continuarono a rendere insicure le rotte commerciali anche dopo la battaglia di Lepanto del 1571 (vittoria ottenuta il 7 Ottobre festa della Beata Maria Vergine del Rosario)  . Non dimentichiamoci , infatti, che pochi mesi prima di questa battaglia Venezia perse definitivamente Cipro e non la riacquistò più . Questa avanzata nei Balcani e la conquista delle isole greche da parte dei Turchi con sottrazione delle rotte commerciali, fece sì che Venezia a poco a poco cominciasse a declinare . Quindi anche in assenza di attacchi diretti a Pescara non si può dire che la situazione fosse esente da forti rischi, in quanto, la perdita delle rotte commerciali e della sicurezza dei traffici era reale ed avvertita dalla popolazione e dai mercanti.   Come si vede , la giurisdizione sul mare Adriatico rivendicata più volte da Venezia, i cui giuristi definivano l’Adriatico “Golfo di Venezia”, era stata riconosciuta anche nella pace di Bologna del 1529 (stipulata con Venezia  ed i Turchi), anche se tale atto non garantiva alcunché . Venezia, quindi, non era in grado di garantire la sicurezza dei traffici, sia per via di una forte presenza turca nel Mediterraneo e nell’Adriatico, sia per via dei numerosi atti di pirateria degli uscocchi favoriti dall’Austria, che proteggeva tutte quelle forze in grado di contrastare l’avanzata turca . La penetrazione turca proseguiva senza sosta: il 12 marzo 1537 Murad bey Tardić conquistò la  fortezza di Klis e l’impero austriaco perse così l’ultimo baluardo in Dalmazia. Sempre  nel 1537 i Turchi avevano messo sotto assedio l’isola veneziana di Corfù posta all’ingresso del Mare Adriatico con il chiaro intento di controllarne le rotte. Nel 1539, infine, fu presa l’intera isola di Hvar. Quindi, già da tempo i Turchi erano di fronte alle coste abruzzesi ed erano in grado anche di controllarne i traffici lungo l’Adriatico e la costa dalmata, come anche di portare sortite, verso le coste italiane, cosa che già faceva la pirateria. Nel 1554 il corsaro Draguth Raìs, che veniva pagato dall’impero ottomano, attaccò Vieste con 70 galee e fece un massacro. Furono decapitate ben 900 persone su una grossa pietra posta in paese che da allora fu chiamata della “Chianca Amara” . Un’ulteriore grande attacco turco fu sferrato il 31 Agosto del 1620 a Manfredonia e si concluse con il saccheggio della città[10].

PERICOLO TURCO VERO O PRESUNTO ?

Pertanto, si ritiene pericolosa l’equazione del tipo mancanza di attacchi = mancanza di pericolo e pare azzardato considerare i Turchi come “tamquam non essent”  giusto perché qualche storico del tempo non ha parlato di un attacco anche a Pescara. Quanto affermato in precedenza, tende a deligittimare la tesi sostenuta da un importante  storico[11] il quale, sulla base dell’assenza di segnalazioni di attacchi pirateschi a Pescara da parte del Nicolino (storico vissuto nel 1566), ritiene che l’attacco turco dovesse essere del tutto leggendario. Come già detto, vi sarà stata una piccola scaramuccia, ed i Turchi una volta resisi conto delle reali difese di Pescara si rivolsero verso Francavilla al Mare ed il resto della costa teatina.

Appare evidente allora, quando il 31 Luglio del 1566 Pialy Pascià (o Bassà secondo altri[12]) al comando di 105 galee appare al largo di Pescara, al ritorno da una spedizione militare contro la flotta veneziana, non immaginava certo di trovarsi dinanzi una fortezza così munita anche se ancora non del tutto completa . I documenti citati indicano come probabilmente realizzati i bastioni di S. Antonio , S. Nicola. S. Rocco e S. Cristoforo con le relative mura , comunque sufficienti a respingere un attacco turco. Pescara aveva, infatti, assunto in pochi anni l’aspetto di una fortezza  con bastioni fortificati che offrivano al nemico tutte pareti oblique che deviavano i colpi dell’artiglieria, e dai quali si poteva effettuare un micidiale tiro incrociato. La fortezza era, inoltre,  circondata da un  profondo fossato allagato che complicava le eventuali operazioni di assedio. Orbene, anche se vi sono contrasti tra gli storici in merito al completamento delle opere difensive, visto anche quanto affermato dal marchese di Trevico, ci sembra di poter affermare che i lavori fossero  a buon punto e che almeno 4 bastioni fossero pienamente operativi . Autorevoli storici[13]  parlano di episodio leggendario, mai effettivamente avvenuto. L’Antinori, invece ne fa menzione, unitamente a Traiano Boccalini, il Nicolino invece non cita nulla ed è preso a motivo dalla storiografia locale per affermare che l’attacco non ci fu. Luigi Sorricchio[14] , invece, ci fornisce delle preziose informazioni dicendoci che il duca Giovan Girolamo I d’Acquaviva concentrò le proprie forze in Pescara e ci dice che il nemico (turco) attaccò Francavilla, Villamagna, Ortona, San Vito, Vasto , Ripa di Chieti, Serracapriola, Guglionisi, Termoli senza precisare se anche Pescara ne venisse coinvolta. Molti altri[15] hanno evidenziato l’avvenuto attacco. Una prima considerazione da fare è che Pialy Pascià (o Bassà secondo altri),  aveva come scopo principale quello di fare bottino e non di occupare un territorio per farne un campo trincerato come era stato fatto in passato. Quand’anche l’avesse voluto fare, Pescara aveva un terreno fortemente paludoso, era una zona malarica e per di più non era affatto una città ricca. Inoltre,viste le testimonianze raccolte, appariva non solo ben munita ma anche ben difesa e ben comandata. Pialy Pascià in base alla capienza delle galee turche poteva schierare non più di qualche migliaio di fanti, che se anche in numero superiore agli assediati non erano sufficienti per espugnare la fortezza.  Mancavano, probabilmente dell’adeguata artiglieria e si trovava nel bel mezzo dell’Adriatico, non nel canale di Otranto, con il rischio di venir preso tra due fuochi da una flotta veneziana e un potente esercito di terra che poteva venire in soccorso degli assediati. Inoltre, il duca d’Atri che comandava la fortezza di Pescara , era un comandante esperto, aveva già respinto l’assedio dei Turchi alla città di Barletta e non era un pusillanime  come il governatore spagnolo Ibanez. Inoltre , il duca Giovan Girolamo I d’Acquaviva pochi anni dopo  si sarebbe distinto anche nella Battaglia di Lepanto . Di sicuro se vi fosse stato un comandante tremebondo a Pescara, difese o non difese, la città sarebbe caduta. Il Quieti[16] ci narra che il duca d’Atri diede ordine di sparare simultaneamente e con tutte le armi contro i Turchi. La potenza di fuoco era notevole, in più i turchi, probabilmente non disponevano di valida artiglieria, perché era difficile trasportare i pesanti cannoni in bronzo dalle navi alla terraferma, vista la presenza di terreno paludoso. La fortezza, inoltre,   disponeva  oltre alle citate difese di un ulteriore elemento fondamentale: quello di un alto numero di difensori, visto che il Sorricchio ci dice che il Duca Acquaviva concentrò le proprie forze in Pescara, che si suppone potessero raggiungere  i 2.000 uomini. La conferma di ciò ci viene anche dalle critiche che il Duca ricevette dai contemporanei per aver concentrato le forze su Pescara e, per non aver sufficientemente difeso le altre cittadine specie Vasto ed il palazzo d’Avalos messo a fuoco dai Turchi. Ma se il Duca avesse disperso le proprie forze non avrebbe difeso alcunché, neppure Pescara, visto l’alto numero delle forze assedianti. Avrebbe, in tal modo, consentito al nemico anche l’accesso alla Val Pescara ed all’Aquila. Egli, quindi, agì secondo i dettami della logica militare che impone di non separare le proprie forze e di mantenere in 1/3 il rapporto tra difensori ed assalitori . In tal modo  il duca salvò Pescara e tutta la vallata. Probabilmente, tutte queste circostanze fecero sì che i Turchi dopo un primo attacco che si ritiene possa esserci stato, si resero subito conto che l’impresa diveniva assai difficile e rischiosa e, non disponendo di adeguata artiglieria in grado di scardinare le difese, preferirono altri lidi meno muniti e più ricchi di bottino.

EFFETTI DELL’ATTACCO TURCO LUNGO LA COSTA

L’essere stati respinti presso Pescara  può spiegare, inoltre, anche la particolare ferocia con la quale i Turchi attaccarono ed espugnarono Francavilla ove uccisero 150 persone, trasportando via anche un pezzo di mura (pare 300 metri, tanto che dopo 10 anni la cittadina era ancora senza mura). Essi si spinsero anche verso l’interno lungo la vallata dell’Alento e cinsero d’assedio Villamagna ed altri luoghi limitrofi (es. Tollo) . Il che sta a significare che, quando ve ne erano le condizioni militari, i Turchi non disdegnavano  di spingersi verso l’interno. Questi particolari evidenziano che la stessa cosa sarebbe accaduta con la vallata del Pescara se non vi fosse stata la fortezza di Pescara “mui fuerte” e ben comandata a fare da baluardo, e che , pertanto, se ciò non accadde è perché le loro forze furono respinte a Pescara. I Turchi non contenti proseguirono e portarono oltre i loro attacchi.  Espugnarono Ortona, S. Vito, Casalbordino, Vasto ove incendiarono finanche il palazzo marchesale dei D’Avalos e saccheggiarono anche  Termoli. Come si vede, essi non risparmiarono dai loro attacchi nessuna località costiera, per cui appare strano che solo Pescara, se dobbiamo stare alle tesi di parte della storiografia locale, venisse risparmiata, specie se come si sostiene, questa non era per nulla munita e quasi disabitata.

Quanto innanzi detto, evidenzia come all’epoca, proprio per le atrocità commesse, bastasse la sola potenziale minaccia di un’incursione turca per causare un panico generale e timori nella popolazione. Una testimonianza in tal senso ci proviene da un viaggiatore d’eccezione del 1575 padre Serafino Razzi. Questi, dopo una notte turbolenta passata a Francavilla (ancora senza mura), sotto l’ipotetica minaccia di un attacco turco, si sentiva al sicuro solo a Pescara, grazie al suo porto ben riparato ed alla presenza della fortezza [17]. La sensazione di insicurezza metteva a rischio anche i commerci e questa diminuzione dei traffici andò a ripercuotersi sulle fiere di Lanciano. L’esigenza della sicurezza sempre più avvertita , in primis  dai mercanti, ebbe risvolti positivi per Pescara, che grazie ad un porto ben munito ed alla fortezza, ebbe nel seicento un secolo che la vide espandersi  da un punto di vista commerciale.

Nella ricostruzione di queste fasi legate all’ipotetico attacco turco del 1566 bisogna per forza analizzare, oltre ai testi documentali anche la situazione esistente sul campo quindi:

1)      la presenza o meno in Pescara di strutture fortificate di una certa rilevanza (come ad es. attestato nei documenti del 1460 e nelle altre fasi costruttive a partire dal 1533);

2)      il numero dei difensori in Pescara se in numero  tale da bilanciare quello degli assedianti (in un rapporto di 1/3 rispetto agli assedianti per avere qualche speranza di difesa);

3)      l’entità delle forze assedianti (almeno in rapporto 3/1 per avere speranze di espugnare il fortilizio) e del loro armamento ( presenza o meno di artiglieria pesante per creare delle brecce nelle mura).

In merito al primo punto emerge il fatto che le strutture fortificate realizzate in tutta fretta dagli Spagnoli erano di un livello sufficiente.

Circa il secondo punto si evidenzia la circostanza, confermata da vari storici, che  il duca Giangirolamo I di Atri concentrò le proprie forze in Pescara (varie migliaia di uomini ) .

Tutto questo ci porta dritti alla trattazione del terzo punto: vale a dire all’entità delle forze in campo (assediante e difensori).

Visto il numero delle galee ottomane (105) possiamo ipotizzare in base alla loro lunghezza media (45 metri) una presenza di circa 50 fanti per galea oltre all’equipaggio ed ai rematori. Ciò faceva sì che probabilmente Pialy Bassà potesse disporre al massimo di 6.000 fanti con armamento leggero. Era, inoltre, assai difficile ipotizzare lo spostamento sul terreno paludoso dei pesanti cannoni in bronzo delle navi, per di più anche in zona malarica. L’esercito avrebbe presto potuto contrarre malattie ed avrebbe rischiato un attacco su più fronti (mare, nord e sud). Nel caso dell’attacco ad Otranto , cittadina posta all’estrema punta della penisola, i Turchi potevano avere almeno due mesi di assoluta tranquillità prima che giungesse un esercito in soccorso, essi potevano acquartierarsi al meglio e ricevere ulteriori rinforzi dalle basi poste al di là dell’Adriatico.

Da ciò possiamo dedurre che per le particolari caratteristiche del terreno, dell’armamento disponibile e della fortezza, Pialy Bassà, da esperto comandante militare quale era, preferisse non insistere nell’attacco preferendo delle prede più alla portata delle sue truppe.

La minaccia turca se da un lato minava i traffici ed indeboliva le economie, dall’altro faceva cessare le guerre intestine che dilaniavano gli Stati europei e creava un elemento di coesione tra i vari principi e di determinazione dell’identità europea. Questo del resto è il senso intimo e ultimo della stessa esperienza crociata, che -grazie a Dio- non è mai stata una guerra di religione[18]. Esse, in realtà erano originate da chiari motivi economici .

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