Periodo Italico e Romano a Pescara

 

 

PERIODO ITALICO E ROMANO A PESCARA

a cura di Mario Spina

 

Gli Osco – Sabellici erano composti da numerosi popoli: Umbri, Sabini, Vestini, Marrucini, Marsi, Aequi, Peligni, Carecini, Frentani, Pentri, Campani, Sanniti, Lucani, Bruzi, Volsci, Pelti, Aufinati. La popolazione che si insediò nelle zone di nostra pertinenza fu quella dei Vestini. Questi si dividevano in:  Vestini Cismontani che occupavano il territorio a sud del monte Fiscellus (Gran Sasso) fino al guado di Forca di Penne con i centri di Aveia, Peltuinum ed Aufinum, l’altopiano di Navelli e la valle del Tirino con Capestrano;  Vestini Transmontani dal Guado di Forca di Penne, Penne Loreto, Città S. Angelo fino all’antica Aternum (odierna Pescara) riva Nord, mentre la riva Sud era possedimento dei Marrucini che vi avevano il proprio porto, banchine, magazzini etc.  Questo sulla carta, ma recenti rinvenimenti di cui sopra hanno evidenziato la presenza dei Vestini anche sulla riva Sud del fiume Pescara almeno durante il V – IV secolo a.c. , il che significa che i confini erano abbastanza elastici . Più a Sud vi erano i Frentani. Il territorio a nord del fiume Piomba era dominato dai Pretuzi con centro principale presso l’odierna Teramo (o Inter amnes perché tra due fiumi). Plinio il Vecchio vissuto nel primo secolo dopo Cristo descrive bene la composizione dei Vestini: “Vestinorum Angulani, Pinnenses, Peltuinates, quibus fungebatur Aufinates Cismontani” (… dei Vestini Angolani , Pennesi, Pelti, ai quali si univano gli Aufinati Cismontani). Dallo storico greco[1] Strabone (63 a.C. – 20 d.C.) che ebbe modo di descrivere le nostre zone nel suo trattato di geografia composto da ben 17 libri giunto a noi quasi intatto, si legge: “… Oltre il Piceno c’è il territorio dei Vestini, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, di stirpe sannitica. Essi occupano la zona montagnosa ed hanno solo piccoli accessi al mare. Si tratta di popoli deboli numericamente, ma assai coraggiosi e che spesso hanno dato dimostrazione ai Romani del loro valore” . Il nome “Vestini” secondo alcuni deriverebbe dalla dea Vesta protettrice dal freddo: il nostro clima è, infatti, freddo a causa della presenza di molte montagne, inoltre mantelli di pelle di pecora erano largamente in uso presso i pastori ed i guerrieri, come anche pelli di lupi o di orsi . Altri fanno derivare il nome Vestini dal termine latino “ves” cioè acqua, di cui le nostre zone e l’Abruzzo intero è assai ricco e che unitamente agli estesi boschi dovette colpire non poco i primi esploratori romani. Altre teorie , invece, ipotizzano che il nome derivi da “vis” forza, non a caso gli abruzzesi erano fortemente devoti ad Ercole  e resta ancora oggi un valido sinonimo di “abruzzese forte e gentile”. Con il decadere della cultura Picena, si ebbe una fioritura della civiltà vestina tra il VI ed il IV secolo a.C. (vedasi anche la statua del Guerriero di Capestrano conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Chieti). Abbiamo già visto come essi si fossero insediati sui vari colli della costa e dell’interno. Alla storia dei Vestini ed in particolare dei Vestini Angolani è accomunata quella degli ulteriori insediamenti a Colle del Telegrafo, ma anche dei colli limitrofi ivi compreso quella del Pagus Mons Silvanus (come sarà chiamata l’odierna Montesilvano sotto la dominazione romana), dell’odierna Città S. Angelo, uno dei centri principali della popolazione vestina. Questi potevano contare su un porto ubicato dinanzi all’attuale torre di Cerrano (attualmente insabbiato e sommerso), di un approdo presso il torrente Piomba, di un approdo presso la foce del fiume Saline e di quello di Aternum ben riparato e soprattutto molto pescoso. La località di Colle del Telegrafo, inoltre, testimonia, come vi fosse una continuità di insediamento ben antecedente a quella del periodo italico e romano, ma che anzi essa proseguì protraendosi fin quasi all’anno 1.000 d.c.. Essa vide la presenza, nel V – VI secolo d.C. di un presidio bizantino che nel periodo altomedievale, di una struttura fortificata: il Castellum ad Mare. Si segnala, inoltre, la scoperta, avvenuta nel 1976 in località Colle Pietra[2], di due sepolture risalenti al VII – VI sec. a.C. ove furono rinvenuti oggetti di pregevole fattura parti di corredi funerari: un Kantharos carenato V-IV sec. a.C. (v. foto I, ora foto XIX) conservato presso il Museo delle Genti d’Abruzzo), un Kilix a vernice nera V-IV sec. a.C. di manifattura greca , una scodella monoansata, una scodella biansata con foro sagomato a becco (v. foto II ora foto XX) conservato presso il Museo delle Genti d’Abruzzo), uno stamnos [3] . Sempre nella stessa località, nei pressi delle due sepolture vennero rinvenuti frammenti di ossa e ceramica databili attorno al 1.050 a.C. traccia di un abitato protostorico[4], il che testimonia la continuità abitativa della zona. L’area dei Colli Nord, come vedremo abitata anche nel periodo romano, ha restituito alla luce altri reperti, presso lo scavo del campo sportivo dei Gesuiti e nell’area vicina a Villa Basile: dal primo un Oinoche (area Gesuiti), uno Skyphos, una piccola anfora piriforme a piede alto, un cinturone in bronzo (v. foto III ora foto XXI conservato presso il Museo delle Genti d’Abruzzo)  ; mentre dallo scavo Villa Basile tutti reperti databili VI sec. a.C. facenti parte di un corredo femminile: una chatelaine, una fibula, due armille ed un pendaglio [5] . Questa zona nel suo complesso a partire dal 1926 ha evidenziato la presenza di sepolcreti italici, di resti di abitato protostorico, romano ed altomedievale che ne hanno dimostrato la continuità di vita da parte delle popolazioni italiche. In particolare, l’individuazione dei sepolcreti italici nella zona dei Gesuiti evidenzia come il tratto di: Via Forca di Penne, Via Arapietra,, Strada D’Emilio, , Strada Cavallaro, Strada Colle Marino, Strada Colle del Telegrafo fosse l’antico itinerario verso l’approdo naturale posto alla foce dell’Aterno [6]. Tra i vari luoghi ove sono stati fatti rinvenimenti, quello di Colle del Telegrafo appare il sito che meglio documenta la continuità di vita nella bassa Valle del Pescara al momento del passaggio dalla Preistoria alla Storia[7].

L’ETA’ ROMANA

L’avvento della “pax romana” , con dei precisi riferimenti politici ed amministrativi e la sicurezza dei confini e dei traffici, favorì lo spostamento ed il nascere di insediamenti sulle coste. In passato, invece, si erano preferiti gli insediamenti sui colli per organizzare meglio la difesa ma anche le comunicazioni con i vari villaggi tutti insediati sui colli ed a vista: Montesilvano, Città S. Angelo, Silvi, Atri, Penne, etc. . Quindi, tra la fine dell’epoca repubblicana e l’inizio dell’impero,  andarono a svilupparsi gli insediamenti a valle; ecco allora che attorno al porto, che abbiamo già visto essere punto di snodo di traffici per destinazioni meta regionali, nel corso di questi secoli sorse un centro abitato situato alla foce del fiume Aterno (Ostia Aterni), grazie al concorso delle popolazioni Vestine che avevano colonizzato la riva nord ed alla popolazione dei Marrucini quella Sud. Il fatto che l’antica Ostia Aterni fosse stata edificata all’incrocio della strada litoranea e di quella di fondovalle che la collegava all’interno, faceva sì che essa fungesse da porto nonché da emporio per merci in favore dei Vestini, dei Marrucini, dei Peligni, ed in genere per le popolazioni dell’aquilano. Gli archeologi hanno potuto constatare come le merci trainate su apposite chiatte da buoi e cavalli potevano essere trasportate fino all’odierna Popoli e da qui verso le località di destinazione dell’attuale provincia dell’Aquila.  L’antica via di fondo valle incrociava il tracciato litoraneo ad angolo retto con la Flaminia , subito dopo che questo aveva scavalcato il fiume, lo costeggiava lungo l’area oggi occupata dalle antiche Caserme ed arrivava al porto. La Via Claudia Valeria invece, dopo aver intersecato la via di fondovalle proseguiva verso l’attuale Via dei Bastioni[8]. La presenza di queste vie con un tracciato convergente determinò un aggregarsi di abitazioni che nel corso dei secoli si sviluppò attorno ad una arx. Queste vie, quindi,  favorirono lo sviluppo dell’abitato, dando allo stesso la particolare forma trapezoidale. Sulla riva sinistra restarono probabilmente delle infrastrutture di servizio (templi, necropoli, ville rustiche, empori, magazzini portuali etc.) . Il porto di Aternum o “Ostia Aterni” che dir si voglia, prese , come detto, a svilupparsi a partire dall’epoca imperiale divenendo il porto più importante d’Abruzzo e mantenendo questo primato sino all’epoca medievale, ben più di Ortona, Histonium e Matrinum (presso il torrente Piomba nell’attuale Silvi Marina). Del resto basti pensare ai resti di anfore olearie romane (v. foto IV ora foto XXII) rinvenute nei pressi del porto canale , oppure il mosaico, parzialmente demolito al momento della costruzione delle mura bizantine ed ora reinterrato per preservarlo da infiltrazioni d’acqua, presente sotto la Golena Sud. Esso presentava un  motivo decorativo a pelte ed emblema centrale [9] .  Tracce di epoca romana sono state rinvenute sui colli Nord di Pescara in Via di Fonte Borea. Li nei pressi, Durante i lavori di messa in sicurezza di Via delle Fornaci, dagli scavi in atto nel cantiere sono tornate alla luce due fontane. Dopo una ricognizione fatta dal dottor Andrea Staffa della Soprintendenza ai Beni Archeologici,  è risultato un impianto semi circolare con vasca risalente a epoca tardo medievale, che stando a quanto riferisce la Soprintendenza, è posto su una struttura in pietra arenaria presumibilmente ancora più antica. La notizia è che tale fontana pare essere proprio l’antica Fonte Borea, che esisteva a Colle del Telegrafo, ma di cui si erano perse le tracce e che era la principale fontana di tutta questa parte del territorio comunale. Dagli stessi lavori è riemerso anche un altro impianto, forse a servizio della prima fontana, che intercettava l’acqua dalle colline retrostanti. Di fronte a questo doppio “ritorno” si procederà cercando di mantenere a vista i due impianti. Tutto questo considerato pure che Fonte Borea è praticamente la “gemella” di un’altra fontana , Fonte Locca, che si trova lungo la strada  San Silvestro di recente è stata restaurata ed è tornata pienamente visibile . Grazie a 350.000,00 euro stanziati dal Ministero dei Beni Culturali la fontana è stata riportata alla luce ed alla vista dei pescaresi. Le prime tracce storiche della Fonte Locca risalgono alla fine del ‘600 e nel corso dei secoli ebbe vari restauri: uno nel 1819, un altro nel 1859, un altro ancora nel 1930, ed infine l’ultimo nel 2016. La fonte fu un luogo di incontro e di socialità e oggi torna a rappresentare un luogo rappresentativo di Pescara. I lavori di restauro hanno cercato di riportare la fonte all’antico splendore. Sono stati ripristinati dapprima il cunicolo di adduzione dell’acqua, per poi rinforzare la muratura della fontana, fino a riprodurre il disegno della prima pavimentazione di fine ‘600. La fontana è un’opera di ingegneria idraulica e, a detta della dott.ssa Maria Giulia Picchione direttrice della Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici dell’Abruzzo, affonda le sue radici in esperienze idrauliche arabe. Entrambe le fontane appartengono alla storia e alla memoria della città:  esse sono state per secoli un importante punto di riferimento per l’approvvigionamento idrico di una grande parte della città (vedi anche foto sottostante) [10].

In Via Arapietra sono stati rinvenuti dei dolii riferibili ad una fattoria romana. Altre tracce di epoca romana sono state rinvenuti negli scavi condotti nel periodo che va dal 1990 al 2002 presso la riva Sud del fiume che hanno evidenziato la presenza di magazzini e taberne del I – II secolo d.C. e dei resti romani all’angolo tra Via delle Caserme e Via Corfinio. Altri resti tardo antichi, altomedievali e medievali tutti visibili, sono presenti in Corso Manthoné n. 53 – 56 presso il negozio Emilio Sport. Ancora, presso Corso Manthoné  n. 58  presso la cantina del ristorante Taverna 58 è visibile un pavimento antico e spicato, resti tardo antichi e medievali. Altri resti visibili romani e medievali sono visibili all’ingresso del Museo delle Genti d’Abruzzo. Oltre a questi ne sono stati rinvenuti altri, purtroppo non visibili,  scavi effettuati nel 2000 – 2001 dall’archeologo A. Staffa. In particolare, nel 2001 nei pressi della Golena Sud davanti agli uffici del Museo delle genti d’Abruzzo, sono stati rinvenuti resti di muri in grandi blocchi di pietra calcarea, strutture riferibili al porto romano di Ostia Aterni. Simili strutture di epoca tardo repubblicana sono state  rinvenute ad Aquileia, Oderzo – Opitergium, Salona – Vranjic,Vestre – Vistar, Salvore e Nesazio – Porto Badò ed Issa Lissa in Istria . Al muro in blocchi in epoca successiva vi veniva sovrapposta un’imponente piattaforma in calcestruzzo[11]  avente un fronte di 20 m. . In epoca tardo antica venivano effettuati interventi di restauro e rifoderatura (v. punto n. 44 della planimetria) . Dal riutilizzo di questi materiali, nel fronte della struttura verso il fiume veniva rinvenuto un frammento di un epigrafe, probabile pietra tombale di un sarcofago che fa riferimento ad un certo Pomponius [12] (foto V ora foto XXIII). Inoltre, alle spalle di quelli che dovevano essere gli antichi moli, si nota un struttura muraria “realizzata con materiale lapideo proveniente dallo spoglio di strutture antiche di una certa monumentalità; la datazione di quest’ultimo muro risale al VI – VII secolo ed appare documentata non solo dalla sua fattura in materiali di spoglio, ma soprattutto dal rinvenimento nel piano di terreno compatto ad essa adiacente di frammenti di vasi in sigillata africana (forma Hayes, lucerna Atlante X)[13]”. Pescara ebbe il suo massimo sviluppo nel III – IV secolo d.C., quando Diocleziano, abbandonata la carica imperiale nel 305 d.C. si ritirò a Salona e si fece edificare un palazzo presso l’odierna Spalato (che deriva dal latino Palatium, il palazzo di Diocleziano appunto). E’ in quel momento che vengono effettuati interventi di potenziamento alle strutture portuali grazie ai crescenti traffici con l’altra sponda. L’incremento dei traffici verso la Dalmazia e verso Salona in particolare è dimostrata sia dalla citazione di Ostia Aterni nell’Itinerario Antonino con indicazione della distanza in miglia marine tra Ostia Aterni e Salona, sia dal rinvenimento di un’epigrafe funeraria poi trafugata, con l’iscrizione di Ulpia Candida per il marito Ermodoro, armatore e membro del collegio di Serapide di Salona[14] . Interventi di rifacimento interessarono anche il ponte romano . In particolare gli scavi della golena Nord presso i contrafforti della fortezza effettuati dall’archeologo Staffa hanno evidenziato la presenza di due piloni affiancati, uno in opera cementizia e l’altro in opera laterizia dello stesso tipo degli scavi di Via delle Caserme, delle dimensioni di m. sei per tre[15] . Un’ulteriore testimonianza di epoca romana (III – IV sec. D.C.) ci viene dai resti di colonne di un edificio a pianta circolare, oggi visibile in Via D’Annunzio davanti alla Chiesa di S. Cetteo, luogo di culto forse dedicato alla dea Vittoria e successivamente in sinagoga e poi dal XI secolo in Chiesa di S. Gerusalemme  di cui abbiamo parlato.

[1]     Strabone, storico – geografo greco, (60 aC. – 20 d.C.) ,Geografia, V 4,2; vedi anche Giulio Firpo, in Rivista di Studi Abruzzesi, “Fonti latine e greche”.

[2]     Claudio ed Ermanno De Pompeis e Carla Cantera – Quaderni n. 7 – Museo delle Genti d’Abruzzo – “Sepolture italiche sui Colli Nord di Pescara” – 1983 .
[3]     Si tratta di un vaso lavorato in bronzo, risalente al V secolo a.C. con l’orlo ripiegato verso l’esterno avente le seguenti dimensioni: diamentro base 8,5 cm., – circonferenza massima cm. 11,5 – altezza 12 cm. Attualmente conservato presso il Museo Archeologico di Chieti. Ivi vi è anche conservata una grattugia bronzea del VI/IV secolo a.C. Di cui resta un frammento della zona terminale. Degli altri reperti sopradescritti il kantharos, splendido, il kilix e la scodella biansata sono conservati presso il Museo delle Genti d’Abruzzo.

[4]     Andrea R. Staffa “Carta archeologica della provincia di Pescara”, pag. 36 Media Edizioni, anno 2004.
[5]     Trattasi di un frammento di un cinturone in bronzo di tipo a nastro di lunghezza non determinabile con decorazioni lavorate a sbalzo; tutto il materiale sopradescritto è conservato presso il Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara.
[6]     Andrea R. Staffa op. cit. pag. 36.
[7]     Marcello Maggiori: – “Preistoria e protostoria nel Progetto Valle del Pescara” – atti del Convegno “Pescara e la sua Provincia” – 2° volume “Abruzzo” rivista dell’Istituto di Studi Abruzzesi 1996.

[8]              Andrea R. Staffa op. cit
[9]              Cfr A. Staffa op. cit. pag. 49 che documenta il rinvenimento del mosaico databile ad età adrianea (II sec. D.C.) forse riferito a funzione pubblica che doveva svolgersi a breve distanza dal porto. Il mosaico trova confronti  in simili pavimenti di epoca adrianea – antonina nella Villa di Settecamini a Roma e ad Ascoli Piceno area del nuovo Museo Archeologico, mentre per la svastica si segnala l’analogo motivo presente nel vano H della domus dei Coiedii a Suasa, databile nei primi decenni del II secolo; nella parte centrale del clipeo doveva esservi la testa della Medusa.
[10]            Comunicato stampa del Comune di Pescara del 16/07/2014 con relativa foto posta sul sito web del medesimo.
[11]            Riproduzione della planimetria degli scavi condotti lungo la Golena Sud nel 200 – 2001, in “Carta archeologica della provincia di Pescara”, aut. Andrea Staffa, pag. 70, Media ed. , Aprile 2004.
[12]            La pietra con l’iscrizione “Pomponius” si trova esposta all’ingresso del Museo delle Genti d’Abruzzo .
[13]            Andrea Staffa, op. cit.  pag. 70.

[14]            Licio Di Biase “La grande storia Pescara – Castellamare dalle origini al XX secolo” gia cit., pag. 47 . L’autore evidenzia come, presso la Biblioteca “De Meis” si trova il disegno dell’iscrizione, contenuta nel manoscritto “Riproduzioni di antiche iscrizioni di Chieti e del territorio Marrucino – Tavole 40 – LXXX,6, foto I”.
[15]            Luigi Lopez, Pescara dalle origini ai giorni nostri, pag. 8 Ed. Nova Italica, Pescara 1993.

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