Periodo Svevo Angioino ed Aragonese a Pescara e Provincia

 

 

PESCARA: PERIODO SVEVO, ANGIOINI ED ARAGONESI.

A cura di Mario Spina

 

PERIODO SVEVO

Federico I detto il Barbarossa divenne imperatore , a seguito della sua prima discesa in Italia incoronato in San Pietro nel 1155. Fu costretto a scendere varie volte in Italia perché chiamato dai feudatari in lotta contro i nascenti comuni, a seguito della quale proclamò la prima Dieta di Roncaglia  che riaffermava i diritti imperiali sui Comuni. Suo nipote, Federico II, ebbe modo di reprimere in Abruzzo varie ribellioni di feudatari locali, quasi tutte capeggiate dal conte di Celano. Per reprimere queste continue ribellioni usò il pugno di ferro facendo espugnare ed incendiare l’odierna Città S. Angelo che si era ribellata, espugnare Castel Menardo a Serramonacesca ed altri centri. Fece , inoltre erigere la città dell’Aquila per degli scopi amministrativi e per  meglio controllare il territorio, in particolare la contea di Celano .

GLI ANGIOINI E GLI ARAGONESI

Il primo signore di Pescara fu Sordello da Goito presso Mantova, che dalla Provenza ove si era rifugiato, seguì in Italia Carlo I D’Angiò nella sua lotta contro Manfredi e, fu ricompensato da questi con vari feudi in Abruzzo tra cui Pescara . Egli fu il più famoso dei poeti italiani in lingua provenzale e fu citato da Dante nel canto VI del Purgatorio, ove sono ospitati tutti coloro che perirono di morte violenta. Dante, accompagnato da Virgilio,( che in modo commovente abbracciò il suo conterraneo), fa lanciare a Sordello una dolorosa invettiva sull’inanità di principi, Papi ed Imperatori che rinunciando a ben svolgere il loro compito, lasciano che l’Italia precipiti in un baratro preda delle sue divisioni, con gli odi tra città ed all’interno delle stesse città.  Il che ci porta a considerare quanto sia stato lungo il cammino effettuato sino al conseguimento dell’Unità d’Italia e di come preziosa sia l’unità del paese così faticosamente raggiunta. Sordello morì nel 1269 senza potersi godere il feudo pescarese che quindi tornò al Demanio Regio. Alcuni autori[1] rilevano come proprio questo inizio della dinastia fu positivo per Pescara, perché Pescara organizzata da un punto di vista amministrativo come Comunità o Università, pagava regolarmente il tributo dovuto alla corte angioina, (l’autore afferma di aver rinvenuto una ricevuta di pagamento del 1269). Inoltre, questi evidenzia anche come la Corte Angioina utilizzasse il tributo per sovvenzionare il mantenimento di due galee e di un galeone che dovevano pattugliare l’Adriatico ed impedire gli assalti dei pirati. Gli Angioini, almeno all’inizio si mostrarono lungimiranti, poiché avevano capito che favorire e proteggere i traffici commerciali avrebbe arrecato vantaggi economici anche all’Erario.  La corte angioina gestiva in Pescara il monopolio della produzione e distribuzione del sale in Abruzzo, proveniente dalle saline ubicate presso il lago Palata poco a sud di Pescara nonché quella del ferro. Il quadro che ne esce a detta di alcuni autori[2]è quello di una città viva e dinamica, desiderosa di prosperare e di fare traffici. L’autore cita anche uno struemnto notarile del 1270 rogato a Pescara per la riparazione del palazzo del fondaco di Pescara. L’importanza commerciale di Pescara viene evidenziata anche in una successiva disputa con i Teatini, nella quale Pescara impediva il transito delle merci da e per Chieti e dovette intervenire per ben tre volte Roberto d’Angiò che ordinò all’Università di Pescara di consentire ai teatini di trafficare con  le loro merci anche a Pescara . Nel 1314 Pescara fu concessa in feudo a Tommaso di Stendardo[3]e questo non fece che aumentare i prelievi economici forzosi a danno della popolazione locale che veniva tassata dall’Erario angioino, dall’Abbazia di S. Giovanni in Venere che attraverso propri notai reclamava il pagamento dei diritti di pedaggio e di vendita dei prodotti del porto ed ora anche dal nuovo feudatario. Licio Di Biase[4] nel rimarcare come Carlo I d’Angiò nel 1272, creasse 10 giustizierati di cui 2 in Abruzzo : uno Ultra flumen Piscariae (a Nord) ed uno Citra flumen (a Sud); evidenzia come questa suddivisione amministrativa rimanesse in auge per secoli e favorisse anche un diverso sviluppo delle realtà territoriali ivi comprese. In effetti la parte a Nord si dimostrò più vitale nei traffici e nei commerci, mentre quella a Sud rimase più legata all’agricoltura. Con questa suddivisione amministrativa  gli Angioini fecero di Chieti la vera capitale amministrativa dell’Abruzzo mostrando di preferirla a Sulmona che era stata più fedele agli Svevi. La seconda metà del Trecento fu segnata da terremoti, pestilenze, invasioni da parte di compagnie di ventura. Inoltre, vi erano stati ben quattro diplomi angioini nel 1342 ,nel 1349 , nel 1363 e nel 1384 che confermavano l’esenzione delle tasse per via della povertà del luogo. Pescara subì un periodo di decadenza dovuta alla malaria ed alla presenza di estese paludi a Sud (lago Palata) ed a Nord (Lago Vallicella), che altri non erano se non dei rami del Pescara, che in occasione di piogge o di piene si impaludavano ancor più rendendo l’aria malsana e costringendo la popolazione ad abbandonare i luoghi. Nel 1381 Giovanna I di Napoli, diede in feudo Pescara a Rainaldo Orsini di Tagliacozzo. Nel 1390 il feudo passa a Luigi di Savoia per volere di Luigi II di Taranto. Nel 1392 passa  a Francesco del Borgo (o Cecco  del Cozzo), vicario di Ladislao che fu anche il  primo marchese di Pescara . Questi dal 1392 al 1409 fu signore di Pescara e grazie anche alla sua posizione presso la corte angioina fece ricostruire le mura della città e fece riedificare il castello, con la rocca e la torre[5]. A quanto pare sembra che fosse un signore molto saggio ed equilibrato e che governasse bene anche il Vicereame[6]; purtroppo la concessione della sua signoria era solo “in vita” e quindi , alla sua morte, il feudo tornò nella disponibilità della corte angioina e la Regina Giovanna II lo assegnò nel 1419 a Francesco Riccardi di Ortona.  In quegli anni 1435 – 1442 era al massimo la lotta tra Alfonso d’Aragona e Renato d’Angiò per la conquista del trono Napoli ed i cambiamenti di fronte erano repentini. Un altro capitano di ventura , Giacomo Caldora in due occasioni nel 1435 e nel 1439 si impadronì di Pescara e la affidò a Francesco Riccardi di Ortona. Un cenno merita questo spericolato capitano di ventura napoletano che parteggiava per gli Angioini, il quale era riuscito in quegli anni a realizzare un mini stato territoriale in Abruzzo. Egli, partendo dai propri feudi attorno a Pacentro (AQ) e era riuscito via via ad unificare sotto il suo dominio i feudi di Pescara,  Ortona e Vasto, creando così una sua enclave che controllava i traffici via mare da e per l’Abruzzo. Ma solo pochi anni dopo [7] prevalse Alfonso d’Aragona che fece il suo trionfale ingresso in Napoli il 9 Marzo del 1443 e questa fu la fine per Giacomo Caldora. Alfonso d’Aragona nominò Marchese di Pescara Berardo Gaspare d’Aquino, il quale, nel 1460 si fece sottrarre il feudo di Pescara da un altro Caldora: Antonio.

Era successo che il duca Giovanni D’Angiò figlio di Renato,  invece di partire per la Crociata aveva diretto le sue navi su Napoli con l’intento di occupare il Regno. Questo era bastato al partito degli Angiò in Abruzzo per risollevarsi e dare inizio ad una serie di battaglie.  Allora l’Università di Chieti, approfittò della debolezza di Berardo D’Aquino che aveva perduto il feudo, per richiedere a Matteo di Capua , Vicerè in Abruzzo di Ferrante d’Aragona [8], di avere la concessione del feudo di Pescara con tutte le sue gabelle. Il Vicerè acconsentì ed il re Ferrante d’Aragona, ratificò tale concessione dichiarando decaduto dal feudo il marchese Berardo D’Aquino. Questa signoria di Chieti su Pescara durò fino al 1528. Da notare che, unitamente a Pescara il re concesse a Chieti anche i castelli di Montesilvano e Spoltore con le loro pertinenze. Questo assicurava all’Università di Chieti che non era gravata da un peso fiscale eccessivo di prosperare ai danni di Pescara , Montesilvano e Spoltore che erano sottoposte ad un doppio giogo impositivo (quello del re e quello della signoria di Chieti). L’ Università di Chieti era interessata a Pescara per il suo porto,  per le sue rendite derivanti dai traffici portuali,  per  le gabelle sul transito del ponte, quelle sulla pesca, quelle sul transito degli armenti, il legnatico, le gabelle sulle fiere etc. La curiosa particolarità di Pescara era,che il feudo era appetibile poiché garantiva una bella rendita certa, ed  anche se esso era  quasi un luogo disabitato.  Per la città di Chieti era un vero affare . Inoltre, nel 1482 , precisamente una tragica Domenica del 30 Giugno, Pescara fu anche attaccata e pesantemente danneggiata dalle milizie veneziane. L’attacco dimostrativo dei Veneziani costituiva una ritorsione della Repubblica di Venezia nei confronti delle pretese aragonesi  al Ducato di Milano, che i Veneziani ritenevano strategico per i propri interessi . Nel 1504 gli Spagnoli, venuta meno la dinastia aragonese, riconquistarono stavolta definitivamente il regno di Napoli anche se poi vi furono varie altre scorrerie francesi. La conquista spagnola determinò l’ingresso sulla scena abruzzese di una superpotenza dell’epoca che ragionava secondo dei metri che non erano quelli di una signoria locale. Questa ottica di azione imponeva anche un nuovo modo di porsi nel governo del territorio dando vita ad un diverso tipo di assetto delle sue difese. Gli Spagnoli combattevano una guerra globale con la Francia, quindi la lotta non era più con signorotti locali o con capitani di ventura, ma con agguerriti eserciti molto ben armati.  Si rendeva, quindi, necessario adeguare  le difese alle innovazioni tecnologiche che nel frattempo l’artiglieria aveva compiuto. Non era più il tempo delle mura medievali alte e sottili , lo aveva dimostrato la discesa del re francese  Carlo VIII che con la sua artiglieria che sparava nuove palle in ferro , apriva facili brecce nelle alte mura medievali delle varie città italiane che osavano opporsi al suo cammino. Da qui la necessità di potenziare le fortificazioni e realizzare terrapieni, basse mura (comunque di 8 m. di altezza), ma molto spesse per resistere alle nuove palle in ferro.

[1]              Luigi Lopez, “Pescara nei secoli” – Leandro Ugo Japadre Editore, L’Aquila 1985, in L. Di Biase, “La Grande Storia Pescara – Castellamare dalle origini al XX secolo, ed. Tracce, pag.158, anno 2010.
[2]              Luigi Lopez “Pescara dalla Vestina Aterno al 1815”, pag. 58.
[3]              L. Di Biase, op. cit. 118
[4]              L. Di Biase, op. cit
[5]              Luigi Lopez, “Pescara dalle origini ai giorni nostri” , pag. 18.
[6]              Cfr. Antinori in “Diuturnali napoletani”
[7]              Luigi Lopez, op. cit. pag. 25.
[8]              Luigi Lopez, op. cit. pag. 25

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