Pescara e la fortezza scomparsa

LA FORTEZZA SCOMPARSA

a cura di Mario Spina

 

La professoressa Maria Raffaela Pessolano, nel suo studio sulla fortezza di Pescara ha dimostrato che la fortezza di Pescara era ben munita (anche se magari potevano essere in corso lavori di consolidamento di apparati murari già esistenti). Lo stesso Fimiani[1] con cura e correttezza cita una relazione del 1566 del marchese di Trevico che con largo anticipo su tutti gli altri avrebbe valutato come “muy fuerte la tierra de Pescara nuebamente forteficada” inserendola per di più in un elenco delle principali strutture di difesa del viceregno. La verità probabilmente sta nel mezzo: l’ammiraglio Pialy Pascià vista la piazzaforte, preferì rivolgere le sue forze verso obiettivi più facili da espugnare e soprattutto più ricchi di bottino. Grande merito alla prof.ssa Maria Raffaela Pessolano[2] nel mettere in luce il forte stato di avanzamento dei lavori della fortezza, documentato sulla base delle ricevute di pagamento rinvenute nell’Archivio di Stato di Napoli e negli altri archivi cittadini. La studiosa conclude affermando che all’epoca dell’attacco del 1566 la fortezza era ancora in costruzione. Questo è vero se si considera che, dalla parte dell’abitato di Pescara , la citata piantina del 1560 mostra come fossero da rafforzare le murature del lato Ovest e quelle che guardavano verso Nord cioè verso la sponda del fiume entrambe risalenti al medioevo ed alle vecchie mura bizantine. La planimetria in questione  getta però nuova luce sui lavori realizzati dagli spagnoli evidenziando la presenza di 5 bastioni sulla riva Sud a proteggere l’abitato di Pescara e l’attraversamento del fiume, mentre due bastioni  a fuoco incrociato erano posti sulla riva nord , confermando con ciò gli stati di avanzamento dei lavori evidenziati dalla prof.ssa Pessolano. Mancavano da rinforzare i due tratti di mura medievali già citati, quindi tecnicamente la fortezza era ancora in costruzione, ma non possiamo considerarla sguarnita. Questi tratti di mura più “deboli” erano  ben protetti. Infatti,  il bastione S. Antonio e S. Rocco della riva Sud presidiavano il lato Ovest ed erano dotati di alti terrapieni , ampi fossati ricolmi di acqua del fiume, massicce mura perimetrali ed un micidiale tiro incrociato. La stessa cosa era presente sulla riva Sud, dove il nemico attaccante aveva il fiume da valicare e doveva esporsi al tiro incrociato degli assediati posti sulle mura ed a quello dei bastioni S. Antonio e S. Cristoforo . Qualora l’attacco fosse provenuto da Sud Est, vi sarebbe stato tutto il terreno paludoso del lago Palata da superare e di certo i pesanti cannoni in bronzo non potevano esservi trasportati anche per l’assenza di cavalli da traino.

Pertanto, possiamo affermare che  anche se la fortezza era da rafforzare in alcuni punti, complessivamente essa era comunque ben munita, ed era in grado di respingere un eventuale attacco turco. Probabilmente l’attacco non ci fu proprio, perché il nemico vista la consistenza delle difese preferì rivolgersi altrove ove realizzare un facile bottino. La piantina citata ha il grande merito di mostrarci la fase di passaggio tra le costruzioni medievali ben visibili sulla cartina  e quelle spagnole degne di un’epoca più moderna. La cartina mostra come il transito Nord – Sud avvenisse attraverso il ponte romano vigilato dalle possenti mura dai due bastioni S. Vitale sulla riva nord e S. Antonio sulla riva sud e dalla grande torre medievale posta sulla riva Sud e preposta alla guardia ed all’esazione delle gabelle. Questo passaggio fu poi dismesso e fu poi aperto un ponte levatoio centrale. La torre del dazio era posta vicino all’attuale parcheggio della golena sud ed al centro Nazareth . Il passaggio Est – Ovest , sempre secondo la vecchia piantina avveniva attraverso un ponte in legno che collegava il terrapieno del  lato Ovest nei pressi del bastione S. Antonio con la strada verso Villa del Fuoco e verso Chieti. Il transito Ovest – Est sulla riva Sud in direzione del mare e di Francavilla avveniva attraverso un altro ponte in legno che collegava il terrapieno del bastione S. Cristoforo prospiciente la riva del fiume con la via della marina . La citata planimetria appare interessante perché mostra sia le più recenti opere spagnole sia le antiche mura medievali a forma trapezoidale con le antiche torri, prima che le successive superfetazioni e le costruzioni spagnole cambiassero la loro fisionomia. In particolare, la fortezza presentava dal lato Sud , (cioè quello dell’abitato dell’antica Aternum – Pescara), una prima cerchia di possenti mura circondata da ampi fossati e terrapieni e dominata da 5 bastioni. Una seconda cerchia di mura era all’interno nei lati Sud ed Est. La seconda cerchia di mura del lato Sud era quella medievale e, secondo l’archeologo A. Staffa era posizionata in modo obliquo all’incirca all’altezza dell’attuale Via Conte di Ruvo. Essa era dotata di 8 torri rompi-tratta . La cinta esterna delle possenti mura spagnole con i relativi terrapieni e fossati era situata nei pressi dell’attuale Via Vittoria Colonna. Mentre all’altezza o meglio al di sotto dell’attuale Piazza Unione vi sono le rovine della fortezza delle mura bizantine e del castello con la sua torre o “Propugnaculum”, con un’altra torre angolare a protezione della porta lato mare che fu chiusa dagli spagnoli per la presenza del poderoso bastione S. Cristoforo. In tal modo la circolazione di uomini e merci nelle due direzioni Nord Sud ed Ovest – Est e viceversa avveniva comunque sotto possenti mura con pesanti cancellate in ferro a protezione delle porte . Il viaggiatore che voleva guadare il fiume doveva servirsi degli antichi percorsi viari posti sotto le mura delle due fortezze e compiere un tortuoso cammino che lo portava dall’altro lato, dopo aver pagato la gabella dovuta. In conclusione la fortezza di Pescara, una piccola fortezza se paragonata ad altre di rilievo nazionale come Verona, Padova e Piacenza, non era stata costruita per sconfiggere il nemico, (cosa difficile stante il numero non eccessivo dei difensori), ma , doveva essere abbastanza munita per fermarlo , anche se per breve tempo[3]. La vera funzione di Pescara, grazie alla sua posizione era quella di proteggere le strade, il porto, un luogo utile per la realizzazione di un ricovero materiale per truppe e materiali,  ove conservare riserve di viveri ed armi per smistarli con rapidità dove servisse. Restava ovviamente l’utilità della fortezza atta a respingere attacchi provenienti dal mare da parte di eventuali flotte turche o di attacchi via terra provenienti dal confine settentrionale del Tronto, oltre che a sbarrare la via verso l’interno della vallata. Ecco spiegata la ragione della sua  strategicità che risale tutta all’epoca romana, quando, come rilevato da A. Staffa, l’antico percorso di fondovalle che scendeva a mare lungo la riva destra del fiume si incontrava con quello che proveniva lungo la via costiera. In questo incrocio viene edificata la torre a difesa e lungo questi due assi viari si forma il primo nucleo abitativo avente la caratteristica forma a parallelepipedo. Ecco perché in prevalenza sia il porto, sia la torre, sia l’oppidum si sono sviluppati lungo la riva destra, anche se non sono mancate strutture di servizio portuale dislocate lungo la riva sinistra. Tutto ciò è ben spiegato in un cartello della Soprintendenza posto dinanzi alla Chiesa di S. Cetteo proprio vicino ai resti delle colonne della chiesa di S. Gerusalemme. Come si è visto anche le truppe tedesche come anche quelle americane non hanno mancato di lasciare il loro segno su Pescara gli uni bombardando a tappeto la città, gli altri facendo saltare in aria il ponte, alcuni pescherecci e tutte le infrastrutture in grado di rallentare l’avanzata alleata.

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Pescara oltre ad avere una città scomparsa quale quella che si poteva ammirare ai primi del 1900, presenta, quindi, anche una fortezza “scomparsa”, i cui resti comprendono un’area che va da Via Orazio a Via Vittoria Colonna , Via Marconi. Sinteticamente possiamo affermare che la fortezza – recinto (trapezoidale) di epoca medievale riprendeva le preesistenti fortificazioni bizantine poste sotto Piazza Unione ove fu edificato il castello con la rocca (v. Foto) e si spingeva fino all’attuale Via Conte di Ruvo. Le fortificazioni risalenti al dominio spagnolo invece inglobano queste mura e le prolungano fino a Via Vittoria Colonna creando dei bastioni difensivi atti anche al tiro incrociato. Alcune stampe di questa fortezza oltre a resti di mura (di epoca bizantina riadattati in epoca medievale), sono tuttora visibili presso il Bar del Museo delle Genti d’Abruzzo. Nell’interno sono visibili alcune stampe della vecchia fortezza. La fortezza spagnola è legata al Duca Girolamo I d’Acquaviva.

Gli Spagnoli a lungo dibatterono se era meglio investire questi soldi in una flotta o se convenisse puntare sulle difese a terra. Alla fine anche per non urtare la suscettibilità di Venezia che pretendeva  di avere l’Adriatico libero da flotte che non fossero le proprie, si scelse di fortificare le piazzaforti di Civitella del Tronto e Pescara, nonché il Forte dell’Aquila. Inoltre fu realizzato un costoso  sistema di torri marittime lungo tutta la penisola, aventi il compito di avvistare il nemico ed allertare le difese . In realtà queste torri avevano anche il compito di impedire che le navi nemiche, magari in ricognizione, potessero rifornirsi di acqua dolce, ecco spiegato perché molte di queste torri erano collocate in prossimità di foci di fiumi e ruscelli.  Tali torri, però erano dislocate anche presso punti di approdo e svolgevano anche una funzione di stimolo e di protezione dei piccoli traffici commerciali.

Le torri erano divise in Ultra Abruzzo e Citra Abruzzo con il fiume Pescara come confine:

A) Torri Abruzzo Ultra:

– Torre di Carlo V edificata da Martin Segura (da cui il nome di Martinsicuro torre edificata nel 1547). Tale torre era anche una dogana che riscuoteva le gabelle;

– Torre della Vibrata ad Alba Adriatica (1568);

– Torre del Salinello a Giulianova (1568);

– Torre del Tordino a Giulianova (1568);

– Torre del Vomano a Roseto degli Abruzzi (1568);

– Torre di Cerrano a Pineto (1568);

– Torre del Saline (ora distrutta) a  Marina di Città S. Angelo presso l’antico porto sul fiume Saline;

– Forte del Pescara.

B) Torri dell’Abruzzo Citra:

– Torre del Foro presso il fiume Foro al confine tra Francavilla al Mare ed Ortona;

– Torre Mucchia (Ortona, sopra Lido Riccio, Contrada S. Marco) feudo dell’abbazia di S. Giovanni in Venere con un antico porto;

– Castello Aragonese di Ortona, posto a protezione del porto;

– Torre del Moro (dopo 4 Km. da Ortona in direzione Sud alla foce del fiume Moro nei pressi della punta dell’Acquabella (in contrada S. Donato);

– Torre S. Vito (S. Vito Chietino);

– Torre Cavalluccio (Rocca S. Giovanni);

– Torre del Sangro (Torino di Sangro presso la foce del fiume);

– Torre Sinello (Casalbordino), presso la foce del fiume Sinello;

– Torre di Punta Penna (Vasto);

– Forte di Vasto;

– Torre del Trigno (San Salvo), presso la foce del fiume Trigno .

La costruzione di tutte queste torri comportò la spesa di ingenti somme . Sarebbe stato meglio, invece, investire i notevoli capitali impiegati, con pesanti corvè a carico della popolazione locale, in navigli che avrebbero potuto ben difendere le nostre coste, con un’azione di pattugliamento scoraggiando le aggressioni, rendendo le rotte più sicure e determinando un aumento dei traffici commerciali, tattica seguita dagli Angioini. Ciò non fu possibile perché Venezia si arrogava il diritto di presidiare con la sua flotta l’Adriatico, in realtà una scusa per continuare ad effettuare traffici commerciali, a danno di tutte le altre cittadine costiere che non potevano dotarsi di proprie flotte. Vi è anche da rilevare, che l’aggressività dei Turchi dalla seconda metà del Quattrocento in poi, faceva sì che essi si presentassero in Adriatico con flotte assai numerose, che avrebbero spazzato via i pochi navigli di pattuglia e forse per tale motivo diveniva prioritario presidiare il territorio piuttosto che il mare, visto l’impari numero delle forze in campo.

Abbiamo già rilevato che Pescara, da un punto di vista militare era un luogo strategico. Vi era un solo guado utile sul fiume Pescara proprio in prossimità della città, inoltre, se la stagione non era propizia, diventava problematico guadare il fiume. Comunque andasse ci si esponeva al fuoco nemico, inoltre, si poteva benissimo sbarrare il corso del fiume per impedire eventuali guadi  . Il nemico, in tal modo era costretto a dirigersi  a 35 chilometri di distanza all’interno verso  Popoli, ma con ciò si sarebbe esposti all’attacco simultaneo alle spalle e di fronte che eventuali forze di soccorso potevano operare. L’altra scelta sarebbe stata quella di acquartierarsi ed iniziare le opere di assedio. Ma oltre al terreno paludoso, ed alla disponibilità di cannoni adatti subentravano le malattie, la malaria etc che avrebbero reso problematiche tali operazioni, specie in presenza di fortificazioni munite come quelle di Pescara. Gli Spagnoli, quindi, pensavano che la realizzazione di una piazzaforte avrebbe bloccato un esercito assediante sul fiume, in un luogo infido, paludoso e malarico, ciò avrebbe permesso di riorganizzare le difese ed  inviare un esercito in soccorso e prendere il nemico tra due fuochi.

IL PROBLEMA DELLA CONSISTENZA DELLE DIFESE DI PESCARA PRIMA DELL’EDIFICAZIONE DELLA PIAZZAFORTE

Come abbiamo detto, la storiografia locale ha molto dibattuto sulla consistenza delle difese di Pescara prima dell’edificazione della fortezza sostenendo che comunque la fortezza fu edificata dopo il leggendario attacco turco, e concludendo per lo più che, vista la povertà del luogo e la scarsezza di abitanti, non dovesse avere grandi difese, ridotte semmai al solo castello.

Invece, i rilievi compiuti dall’archeologo Staffa evidenziano,  in epoca medievale, una ben diversa consistenza delle mura . Abbiamo già evidenziato come in alcuni documenti della seconda metà del 1400 si descriveva Pescara come ben munita e dotata di una fortezza. In effetti le opere in muratura medievali avevano subito varie ristrutturazioni a cominciare dalle quelle fatte realizzare dal re normanno Ruggiero II. Il dott. Staffa ha evidenziato come le mura parzialmente ricostruite in epoca normanna corrispondessero alla cinta difensiva bizantina. Essa era particolarmente robusta dal lato Nord  (attuale lungofiume Sud dinanzi agli Uffici del  Museo delle Genti d’Abruzzo) ove raggiungeva uno spessore di m. 3,60 (assommando anche mura bizantine e mura medievali cui si aggiungevano  case – cortina) V. FOTO ora foto VIII) . Si suppone che questo lato vantasse almeno tre torri di cui due quasi appaiate a cavallo del ponte romano nei cui pressi si apriva la porta Ovest della cinta muraria.  Di queste due torri, quella del lato monte doveva essere la più munita, sede di dogana regia[4], ed attraverso il suo corpo di guardia provvedeva all’esazione della gabella per il transito sul ponte. Attualmente è visibile il rudere di una delle due torri precisamente di quella del lato mare  (v. FOTO ora foto IX).   . Secondo un’autrice[5] le torri erano  sei dal lato Sud, una al raccordo di Sud – Est e 5 dal lato Ovest.  Il lato Ovest della cinta muraria  si sviluppava lungo l’attuale Via Orazio e, secondo l’archeologo A. Staffa, presentava 5 torri. Il Lato Sud delle mura era il più esteso e correva lungo l’attuale Via Conte di Ruvo e sempre secondo Staffa presentava 8 torri. Il lato Est, dalla parte del mare presentava l’altra porta della città: la porta di accesso era difesa dal Propugnaculum  o castellum che sorgeva presso l’attuale Piazza Unione. Il lato Est era quindi il più corto. La prof.ssa Maria Raffaela Pessolano[6] ha evidenziato come l’ammiraglio turco Piri Rei’s in una cartina del 1518 avesse descritto Pescara come cinta da possenti mura trapezoidali che racchiudevano il castello e da un recinto fortificato lungo la riva Nord.

La ristrutturazione operata da Francesco  del Borgo (o del Cozzo) prima e da Giacomo Caldora poi, avevano fatto sì che si potesse affermare che  Pescara avesse già una fortezza[7]. Si cita al proposito un documento del Ravizza[8] che riporta documenti del 1460, quando all’atto della concessione del feudo di Pescara all’Università di Chieti si riporta una precisa citazione del porto di Pescara, della sua torre e della fortezza. Se la torre potrebbe facilmente essere identificata dal propugnaculum (castello), il termine fortezza indica comunque una struttura fortificata più complessa ed articolata di un semplice recinto fortificato; semmai il lato dolente era costituito dallo scarso numero dei difensori stante il clima malarico. Anche grazie a ciò, nel 1482  800 “stradioti”, (cavalleria leggera veneziana composta tutta da bizantini mercenari), espugnarono castello e fortezza. Come detto, all’epoca il feudo era quasi disabitato ed utilizzato solo per le operazioni marittime e commerciali di carico e scarico con poca gente che vi risiedeva in modo stabile, e la difesa era minima.

Le fasi di costruzione della fortezza voluta dall’imperatore Carlo V sono influenzate in un primo tempo da un attacco francese nel 1527 nel quale costoro occuparono Pescara , ma un contrattacco spagnolo  li cacciò e li respinse .

Una relazione redatta nel 1531 in occasione della confisca del feudo nei confronti dell’Università di Chieti, che anziché difenderlo si era alleata con i Francesi, ci offre un quadro desolante di Pescara: quello di una terra perduta e distrutta, abbandonata dalla popolazione, con la presenza di 4 locande di alcuni depositi di merci, di un porto sicuro sul fiume e, della sua frequentazione da parte di molti navi veneziane . Questa relazione ha fatto sì che la storiografia locale ritenesse del tutto insufficienti le fortificazioni locali a resistere ad un eventuale attacco turco. La citata relazione ci descrive anche la presenza di una Doganella delle pecore che pascolavano sui molti terreni incolti prospicienti ed un ponte levatoio in legno, costruito sulle arcate del ponte romano. La rendita annua che venne quantificata dal perito per il  feudo di Pescara era di cinquecento ducati , che faceva sì che in caso di vendita il feudo potesse avere un valore di 10.000 ducati d’oro. Carlo V, comunque, respinte le offerte dell’Università di Chieti che era disponibile a pagare altre somme oltre i 12.000 ducati d’oro disposti per l’indulto, assegnò il feudo alla casa D’Avalos che poi lo tenne fino all’eversione della feudalità. A partire dall’avvento del Viceré Pietro Alvarez de Toledo, gli Spagnoli, su ordine tassativo dell’imperatore Carlo V, si misero a potenziare, nel 1533, la preesistente “fortezza trapezoidale” di Pescara concentrando la loro opera sulla riva  Sud e non sul recinto fortificato della riva Nord. La cinta muraria della riva Sud (attuale Museo delle Genti d’Abruzzo per intenderci)  e del lato Ovest (lato monte), ricalcarono quello della preesistente muratura, anche se vennero fatte arrivare delle maestranze specializzate di Milano, esperte nella realizzazione di opere murarie . La cinta muraria del lato Est (lato mare) della fortezza cinquecentesca ricalcava essenzialmente quella preesistente e fu adeguatamente rinforzata. Quindi possiamo dire che per larghi tratti delle mura della fortezza, essenzialmente per il lato Museo delle Genti d’Abruzzo , lato monte e lato mare (rispettivamente Ovest ed Est), gli Spagnoli recuperarono e rinforzarono le murature preesistenti. Gli sforzi maggiori, in merito all’edificazione delle nuove mura furono fatti semmai per la realizzazione dei  nuovi tratti  murari posti a Sud e nella realizzazione dei bastioni. Era, inoltre, era necessario prolungare la cinta muraria da Via Conte di Ruvo all’attuale Via Vittoria Colonna.

Vi fu un altro episodio che impresse ulteriore lena al lavoro di fortificazione e fu quando il Pontefice Paolo IV chiamò, nel 1556, il re di Francia Enrico II ad intervenire in Italia contro gli Spagnoli, promettendo l’investitura del regno di Napoli ad uno dei suoi figli. Allora il francese duca di Guisa invase l’Abruzzo e pur avendo conquistato Teramo e Campli rimase bloccato dalla forte resistenza della fortezza di Civitella del Tronto. Questi alla fine dovette ritirarsi poiché nel frattempo gli Spagnoli avevano riorganizzato le proprie forze ed il duca d’Alba, figlio di Filippo II e Viceré di Napoli, aveva allestito un forte esercito e si era messo in marcia contro i Francesi i quali, rischiando di essere presi tra due fuochi decisero di ritirarsi. Questo tentativo di invasione fece rilevare al duca d’Alba l’importanza strategica della posizione di Pescara, la quale avrebbe potuto realizzare la stessa resistenza di Civitella del Tronto nei confronti di un esercito nemico e, quindi dar tempo agli Spagnoli di intervenire. Da allora i lavori subirono una brusca accelerazione. La professoressa Pessolano[9] ci descrive un’altra relazione del 1560 del viceré duca di Alcalà (1559 – 1571), nella quale ci dice che la popolazione sia di “duecento fuochi”, (200 famiglie), tutti forestieri: marchigiani, romagnoli, ferraresi, comacchiesi, mantovani, milanesi, e veneziani . Di questi vi sono 50 famiglie che possiedono case e vigne e che coltivano la terra, le altre sono poverissime e sono composte da braccianti che fanno i contadini o lavorano come muratori alla fortezza. Come si vede in questo trentennio i lavori della fortezza avevano fatto aumentare la popolazione e dato occasioni di lavoro, anche se le condizioni di vita, data la malaria erano estremamente precarie. Nel Marzo del 1558 vi è una relazione del Maresciallo di Campo Bernardo di Aldana il quale propendeva per l’immediata fortificazione delle due rive attraverso la costruzione di una fortezza pentagonale con bastioni lungo la riva Nord e Sud del fiume. Il duca d’Alba, invece, si rese subito conto che sarebbe occorso troppo tempo e, grazie alla preziosa opera di Gian Tommaso Scala, esperto di fortificazioni ed autore di varie opere in materia, nonché vero progettista della fortezza di Pescara[10], concentrò l’azione edificatoria su Pescara, precisamente lungo la riva destra, ove la cinta muraria poté essere completata in tempi sufficientemente rapidi. L’autrice[11] ci documenta come negli anni 1559 – 1560 i lavori fervessero in particolare per la realizzazione del bastione di S. Giacomo  posto tra le attuali vie Italica e Via Vittoria Colonna, che presentava notevoli infiltrazioni d’acqua, e, che per questo necessitava della presenza di maestranze particolarmente qualificate venete, soprattutto, per l’inserimento della palificazione. Nel 1560 veniva realizzato il terrapieno del bastione detto di S. Antonio a monte del fiume nei pressi della vecchia torre (Via Orazio), poi successivamente completato, anche se i lavori furono ostacolati dalle infiltrazioni d’acqua. A questo nel 1562, si aggiungeva  la realizzazione del bastione S. Nicola definito cavaliere o torrione. S. Nicola era il bastione a Sud posto alla confluenza delle attuali vie Vittoria Colonna con Via Viale Marconi e Viale Vespucci[12] . Nel 1563 vero anno – svolta, “si lavorava alle cortine, in tutti i luoghi ed al castello” che si intendeva rafforzare e renderlo utile anche per l’alloggiamento dei militari, senza più gravare sull’ospitalità data dalla popolazione. Contemporaneamente si lavorava al bastione di S. Rocco (nei pressi della Stazione Ferroviaria di Portanuova) e al bastione S. Cristoforo o Bandiera (poiché vi veniva esposta la bandiera),  questo era ubicato lungo il fiume dal lato Est ed era gemello  di quello di S. Antonio che era esposto al lato Ovest. Veniva anche realizzato un profondo fossato e controfossato. Un’ulteriore relazione[13] del 1566 del marchese di Trevico, evidenzia come Pescara avesse raggiunto un certo grado di completezza, tanto da essere inclusa nella lista delle fortificazioni ritenute “accettabili” non solo ma veniva descritta come : “tierra…nuebamente fortificada por estar mui fuerte”.

Naturalmente molti altri lavori erano da fare e molti altri se ne fecero, ma in questa sede ci preme sottolineare il grande lavoro di ricostruzione svolto dalla prof. Pessolano, che, analizzando le  ricevute di pagamento delle varie opere del cantiere della fortezza, è stata in grado di documentare le varie fasi della costruzione dei vari bastioni e di come, a partire dalla guerra del Tronto, vi fosse stata una notevole accelerazione degli stessi. Ciò serve a precisare meglio i contorni di una disputa dottrinaria tra quella parte della storiografia locale che ha sempre ritenuto come, alla vigilia dell’attacco di Pialy Pascià del 1566, Pescara fosse abbandonata, dotata di una torre, di un recinto fortificato e nulla più e, l’altra parte che invece sostiene che vi fosse stata realizzata una fortezza sufficientemente munita ed  ottimamente comandata da Giovan Girolamo I Acquaviva, con un sufficiente numero di armati. La verità sembra propendere per questa seconda tesi. In pochissimi anni le opere di fortificazione lungo la riva destra del fiume avevano raggiunto un livello accettabile. Erano state costruite nuove mura alte 8 metri[14]sul piano della campagna, mura che in gran parte avevano utilizzato e riadattato le precedenti fortificazioni. Esse erano spesse mediamente m. 3,60, oltre a questa cortina che correva per 3 lati, vi era il quarto, (lato Nord lungofiume tra i bastioni S. Antonio e S. Cristoforo – zona Via delle Caserme), costituito dal rifacimento delle murature preesistenti (medievali e bizantine) con in più la cortina impropria costituita da case – mura e torri preesistenti (v. Foto X). Il tutto era   circondato da un fossato largo 20 metri, con 5 bastioni che erano i seguenti: lungo la riva destra del fiume dal lato Nord – Ovest il bastione S. Antonio, dal lato Nord – Est il gemello bastione di S. Cristoforo o Bandiera. Secondo il Lopez[15] il primo era in prossimità del ponte ferroviario del 1863 nei pressi dell’antico ponte romano, mentre il secondo era nei pressi dell’attuale Ponte Risorgimento. A questi si aggiungevano il bastione di S. Rocco, nei pressi dell’attuale Piazza Vittoria Colonna, il bastione di S. Giacomo posto alla confluenza tra  Via  Italica –  Via Vittoria Colonna – Via D’Annunzio e Via dei Marsi. Infine vi era il bastione S. Nicola posto all’incrocio tra Via Vittoria Colonna, Viale Vespucci e Viale Marconi.

LA FORTEZZA DURANTE IL SETTECENTO

Proprio per la presenza della fortezza, Pescara ebbe a subire vari altri attacchi militari. Fu proprio un altro Acquaviva Giangirolamo II duca di Atri che nel 1707 si trovò a difendere eroicamente Pescara , durante la guerra di successione spagnola, quando tutto il Regno di Napoli era stato conquistato dagli Austriaci e resistevano solo Gaeta e Pescara.

Una piccola considerazione vi è da fare per il duca Giangirolamo II Acquaviva. Egli, con un’accorta ed eroica difesa , con circa 800 uomini, riuscì a tener bloccato per oltre un mese un esercito di 9.160 austriaci. Questa eroica ed esemplare difesa esalta proprio le caratteristiche della piazzaforte di Pescara ed il suo ruolo che era quello di rallentare le attività belliche di un esercito invasore. Se il regno di Napoli avesse avuto un contingente di uomini adeguato atto a respingere il nemico,  l’esercito austriaco sarebbe stato preso tra due fuochi. Questo giustifica a posteriori anche la scelta di Pialy Pascià che di sicuro non possedeva la tecnologia dei cannoni austriaci, mentre le forze spagnole all’epoca erano assai più numerose.  La fortezza ebbe purtroppo ulteriori assedi.

Nel 1734, durante la guerra di successione polacca Spagnoli ed Austriaci erano di nuovo su fronti contrapposti. Gli spagnoli, sbarcarono a Livorno[16] unirono le loro forze a quelle del  duca di Parma e Piacenza Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna. Queste forze conquistarono Napoli il 10 Maggio 1734 ed il 15 Giugno ricevettero il decreto di Filippo V che nominava il figlio re del regno di Napoli , che dopo due secoli tornava regno autonomo[17]. Gli Spagnoli al comando del duca di Castropignano iniziarono l’assedio a Pescara il 20 Giugno 1734, ponendo il proprio quartier generale presso l’antico “Convento di S. Giuseppe sposo di Maria Vergine” (ubicato presso l’attuale ospedale vecchio in Via Paolini). La scelta non fu proprio felice perché ciò espose l’edificio ai colpi dell’artiglieria della fortezza che il 5 ed il 9 Luglio, secondo la storiografia locale, arrecò gravi danni al Convento[18].  Un cenno a parte merita questo Convento . Esso venne edificato subito dopo il 5 ottobre 1631 su un vasto appezzamento di terreno con torre donato il 18 Giugno 1631 dal Sig. Alfio Giovanni d’Herrera grazie anche al sostegno economico del marchese Innico D’Avalos e del popolo[19]. Il Convento aveva 17 celle più tre per l’infermeria, una sala per l’incontro dei religiosi tanto che vi si tennero capitoli provinciali nel 1652 , 1690 e 1754 . Il Di Biase[20] ci informa del fatto che superato questo triste momento dell’assedio, i Frati Cappuccini si misero alacremente all’opera per riparare i danni ed edificarono anche un magnifico tabernacolo collocato sull’altare maggiore. Il Convento fu chiuso nel 1811 per le leggi napoleoniche , riaperto nel 1819,  soppresso nel 1866 e definitivamente chiuso nel 1880[21]. Restò fino alla sua chiusura un punto di riferimento per la comunità e per la storia religiosa locale. Tornando al duca di Castropignano egli riuscì a prendere Pescara, difesa eroicamente da 800 soldati austriaci  e 200 cittadini solo il 4 Agosto 1734. Dopo ben 45 giorni di assedio gli austriaci si arresero ed ebbero l’onore delle armi.

Un altro doloroso assedio Pescara lo subì al tempo della Repubblica Partenopea che videro protagonisti Ettore Carafa e Gabriele Manthoné e che trattiamo nella sezione loro dedicata. Nel 1806 i Francesi tornarono nel Regno di Napoli e senza troppi problemi, grazie anche alle numerose defezioni si ripresero la fortezza di Pescara. L’aspetto più importante da un punto di vista amministrativo sotto l’amministrazione dei Francesi fu la separazione dei comuni insistenti sulle due rive del Pescara (Castellamare sulla riva Nord, Pescara sulla riva Sud). Fu creato sulla riva Sud il comune di Pescara che fu assegnato alla provincia di Chieti, mentre sulla riva nord fu creato il comune di Castellamare che da allora e fino al 1927 fu assegnato alla provincia di Teramo. Ma vi fu poco tempo per assaporare tale separazione amministrativa perché   Pescara dovette subire un altro assedio nel 1815 quando gli Austriaci, attraverso un bombardamento effettuato dalle artiglierie poste a Colle Pizzuto indussero i Francesi, difensori della fortezza, alla resa. Tornarono i Borboni che avviarono tra il 1815 ed il 1853 un’opera di bonifica, (attraverso i canali Bardet dal nome del generale borbonico che fece attuare l’opera), delle paludi a Nord (la “Vallicella”) ed a Sud (il lago “Palata”). Essi, inoltre, non cambiarono l’assetto amministrativo dato dai Francesi e non revocarono le leggi di eversione della feudalità (1806). La raggiunta autonomia amministrativa e l’eversione della feudalità fecero da volano ad un rinnovato sviluppo di Castellamare che, tra il 1833 ed il 1842, evidenziava un elevato numero di piccoli contadini divenuti “proprietari” di piccoli appezzamenti di terreno[22] . Anche la pesca contribuiva allo sviluppo economico dapprima a Pescara, che nel 1824 contava 100 addetti, poi dopo la bonifica delle paludi anche a Castellamare.  I Borboni ridussero la fortezza da baluardo militare a Bagno penale , ove vennero rinchiusi tanti patrioti e,  che divenne famoso, sia per non aver mai avuto alcuna evasione dalle sue mura, (a differenza dei famosi “Piombi” di Venezia che videro la rocambolesca fuga di Giacomo Casanova), sia per il triste primato dell’alta mortalità tra i suoi detenuti, visto che le celle erano collocate al di sotto del livello del fiume e grondavano salnitro ed umidità.

Pescara mostrava tutti i suoi problemi : l’interramento del porto fluviale , (problema anche dei nostri giorni), l’insabbiamento della costa che allontanava e deviava la foce procurando degli impaludamenti a Nord e Sud delle due rive, vedasi la malaria causata dalle paludi (lago Palata a Sud e lago Vallicella a Nord). Tutto ciò minava la salute della popolazione e dei soldati; come se non bastasse vi erano anche le piene del fiume che erodevano le rive, le mura ed i bastioni, basti pensare che durante il 1800 si annoverano ben 8 piene: nel 1819, 1827, 1839, 1846, 1857, 1878, 1887, 1888.  Queste ultime due furono terribili con l’acqua che tra Castellamare e Montesilvano andava a sfiorare la massicciata ferroviaria. Con l’avvento dei Piemontesi nel frattempo, il R.D. n. 3467 del 30 Dicembre 1866 depennò un totale di 670 opere militari inutili alla difesa del regno tra cui anche Pescara[23]. La fortezza di Pescara , secondo le prove raccolte e fotografate dal Sig. Ernesto Barbi, non fu demolita come a torto ritiene la storiografia locale, ma fu solamente interrata per consentire un più rapido sviluppo delle attività edificatorie finalizzate alla ricostruzione. Furono veramente assai poche i tratti abbattuti. Il sottosuolo cittadino ha infatti mostrato come le mura ed i bastioni della fortezza sono stati utilizzati quale fondamenta per varie opere edificatorie tra cui la ferrovia.  Le necessità militari avevano sempre impedito la costruzione di un vero ponte tra le due rive, anche perché esisteva quello romano che crolloò nel 1703. Da allora e fino al 1863 le due rive furono collegate da un ponte di legno costituito da chiatte. Per fortuna nel 1863 arrivò la ferrovia e fu edificato un ponte e le cose cominciarono a cambiare. Più volte nei lavori di scavo per i piloni della ferrovia sono state bucate le volte dei sotterranei della fortezza. Uno studioso [24]  ci fornisce una notizia di fondamentale importanza: la computerizzazione dei documenti contenuti nell’Archivio Storico Comunale, con documenti che vanno dal 1700 ad oggi. Non solo nell’Archivio sono state rinvenute le planimetrie della piazzaforte con le gallerie. Queste corrono sotto il rilevato ferroviario fino al sottopasso del Rampigna – Via Gran Sasso e fino al sottopasso ferroviario antistante il mercato coperto di Porta Nuova. Inoltre , altre testimonianze riferiscono che durante i lavori di costruzione di palazzo Monti furono rinvenute gallerie che da Piazza Alessandrini vanno verso il centro storico . Questa per dimostrare come sia necessario scavare ulteriormente per far emergere questo passato. Certamente Pescara, con la fortezza sarebbe stata una città profondamente diversa.

[1]              Cfr. Enzo Fimiani, op. cit. , pag. 90
[2]              Cfr Maria Raffaela Pessolano “Una fortezza scomparsa. La piazzaforte di Pescara fra memoria e oblio”, pag. 63, Carsa Edizioni anno 2006.
[3]              Maria Raffaela Pessolano, op. cit. pag. 61
[4]              . “Una fortezza scomparsa . La piazzaforte di Pescara fra memoria ed oblio” , aut. Maria Raffaela Pessolano, pag. 39.
[5]              Cristina Bianchetti, “Le città nella storia d’Italia – Pescara – “, ed. Laterza anno 1997, pag. 3 .
[6]     Cfr. “Una fortezza scomparsa . La piazzaforte di Pescara fra memoria ed oblio” , aut. Maria Raffaela Pessolano, Carsa Ed. 2006, pag. 38 – 39. L’autrice, riporta la tavola del portolano fatta realizzare dall’ammiraglio turco Piri Re’is pubblicata in H.J. Kissling, DerSee-Atlas des Sejjd Nub, Munchen 1966, tav. 113, mentre la traduzione parziale dei disegni che accompagnano gli scritti è in A. Busani, “L’Italia nel Kitab. I Babriyye di Piri Reis, in “Il Veltro”, XXIII, 1979, pp. 173 – 195.
[7]              Antonio Di Loreto, Monica Andreucci, Aleardo Rubini,Marcello Benegiamo, Carlo Santoro, Bruno Santori, Francesco Di Filippo, “Pescara, il Porto”, pag. 38,  anno 2004 Pescara ed. SIGRAF.
[8]              Ravizza, “Collezioni di diplomi e di altri documenti de’tempi di mezzo e recenti per servire alla storia della Città di Chieti”, Napoli, R. Miranda, 1835, 11, pp. 1 e ss.
[9]              Cfr. “Una fortezza scomparsa . La piazzaforte di Pescara fra memoria ed oblio” , aut. Maria Raffaela Pessolano, Carsa Ed. 2006, pag. 40.
[10]            Maria Raffaela Pessolano, op. cit. pag. 49
[11]            Maria Raffaela Pessolano, op. cit. pag. 49.
[12]            Cfr. Luigi Lopez, op. cit. pag. 28
[13]            Maria Raffaela Pessolano, op. cit. pag. 49
[14]            Luigi Lopez, op. cit.
[15]            Luigi Lopez, op. cit. pag. 28
[16]            Luigi Lopez , op. cit pag. 42
[17]            Luigi Lopez , op. cit. pag. 42.
[18]            Licio Di Biase, “La Madonna dei Sette Dolori tra storia e leggenda – Pescara Coll”i – Il Mirto – Collana di Storia locale, ed. Tracce Pescara, anno 2011, pag. 30.
[19]            Licio Di Biase, op. cit. pag. 31
[20]            Licio Di Biase, op. cit. pag. 32
[21]            Licio Di Biase, op. cit. pag. 33
[22]            Licio Di Biase, op. cit. pag. 107.
[23]            Enzo Fimiani, “Una città – piazzaforte del Mezzogiorno italiano: Pescara tra XVI e XIX secolo”pag. 110
[24]            Cfr. Licio Di Biase , “Terzo Millennio” , periodico on line, anno XIX n. 14 – Mercoledì 11 Aprile 2012.

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