Pescara e la Passione di San Cetteo

LA “PASSIONE” DI S. CETTEO

a cura di Mario Spina

 

Si nota nel trattato della Passione di S. Cetteo Pescara fu conquistata dai Longobardi, ma poi fu ripresa dai Bizantini e tenuta fino al 660 d.C. : tracce di incendi e devastazioni sono state rinvenute negli strati dell’epoca, (riferentisi al 597 d.C., data del martirio di S. Cetteo), rinvenuti in Via delle Caserme, ed hanno testimoniato sia la persistenza di incendi, sia la successiva riconquista bizantina. Il che fa presumere la veridicità della narrazione inerente la “Passione di San Cetteo”.

Pescara come si nota nel trattato della Passione di S. Cetteo fu conquistata dai Longobardi, ma poi fu ripresa dai Bizantini e tenuta fino al 660 d.C. : tracce di incendi e devastazioni sono state rinvenute negli strati dell’epoca (riferentisi al 597 d.C., data del martirio di S. Cetteo) rinvenuti in Via delle Caserme, ed hanno testimoniato sia la persistenza di incendi, sia la successiva riconquista bizantina. Il che fa presumere la veridicità della narrazione inerente la “Passione di San Cetteo”.

Sempre a proposito della veridicità storica della figura di S. Cetteo e della presenza o meno a Pescara di una sede vescovile di cui S. Cetteo fu vescovo, si nota un certo “strabismo” da parte di certa illustre storiografia anche locale in quanto lo storico  Nicolino viene citato da alcuni a sostegno della tesi del mancato attacco turchesco[1] a Pescara per il solo fatto di non aver citato l’evento e poi non lo si ritiene attendibile quando afferma che Aterno era sede vescovile riunita a Chieti. Lo stesso Camarra, come riportato dalla Cicchitti, afferma di aver letto in antiche documentazioni la dizione “Sedes Oste-teatina” cioè sede di Ostia (Aterni) e di Teate.  Lo stesso bollettino diocesano indica anche due città lungo il fiume Aternus: Aternum alla foce ed Amiternum alla sorgente. Occorre, inoltre, aggiungere che altri autori [2] evidenziano come nel 1251 Pescara perdesse la propria sede vescovile a beneficio di Atri, il che presuppone che la gerarchia ecclesiastica riconoscesse in precedenza ad Aterno una propria sede vescovile, anche se magari riunita a quella di Chieti . Sotto il profilo della giurisdizione ecclesiastica Pescara veniva ad essere smembrata: la riva sud con la città di Aterno andava ad essere inglobata nella sede vescovile di Chieti, mentre la riva nord con Castellum ad Mare e tutti i villaggi, curtes e castelli venivano accorpati alla sede vescovile di Atri, sotto la giurisdizione della diocesi di Penne[3] . Ciò sta a significare che l’antica Aterno doveva essere dotata di sede vescovile e poteva avere un vescovo , quindi, Cetteo può essere stato vescovo di Aterno; inoltre, stante la presenza di ben tre codici attestanti il suo martirio ed essendo i suoi resti conservati parte presso la Cattedrale di San Giustino in Chieti e parte presso la Chiesa di San Cetteo in Pescara, ci sembra di poter affermare senza tema di smentita che trattasi di un personaggio realmente esistito .

Circa poi il secondo punto Cetteo vescovo di Amiternum, si precisa come anche Pescara venisse chiamata nel corso dei secoli Aternum o Amiternum[4], tale ultimo secondo nome deriverebbe secondo alcuni dalla locuzione “circum Aternum amnem” “di qua e di là della foce”[5]. Ciò poiché gli antichi conoscevano due Aternum: l’Aternum dei Vestini a Nord (riva sinistra) e l’Aternum dei Marrucini a sud (riva destra).

Come abbiamo già avuto modo di indicare circa l’origine del nome “Ostia Aterni”  il Bollettino della diocesi di Chieti continua la sua descrizione nella quale la foce viene chiamata indifferentemente Castrum Aterni, Ostia o Ostia Aterni.  Vi sono documenti interessanti anche in merito alla “Passione di S. Cetteo. Orbene l’Antinori[6]  ci riferisce, traendola dalla “Passione di S. Cetteo”  che:

“[7]Durante la contesa per il dominio di Aterno  tra Alais, ed Umbone, principi longobardi, le loro truppe si impadronirono della città saccheggiandola e devastandola. Ognuno poi si attestò presso una porta della città con le sue soldatesche: Porta verso il mare e porta verso Chieti. Divisero in due il territorio cittadino e ciascuno cercava di sopraffare l’altro. Non sopportando le loro crudeltà Cetteo si rifugiò a Roma presso Papa Gregorio, al quale descrisse la distruzione della sua città e ne ricevette l’avviso che ben presto la popolazione l’avrebbe richiamato. Il vescovo Cetteo pregò intensamente e così avvenne che la popolazione , unitamente alla stirpe longobarda si recò in ambasceria a Roma per chiedere la benedizione papale e per riavere il suo vescovo. Cetteo accettò l’invito del Papa a tornare nella sua cattedra, tanto più che i Longobardi si erano solennemente impegnati a rispettare la sua persona ed i beni delle chiese di Aterno. In seguito i due che si erano divisi il dominio della città l’uno la parte orientale, l’altro quella occidentale vennero di nuovo a contrasto cercando di insidiare l’uno alla vita dell’altro. Alais (che aveva occupato la porta orientale della città, e che si vide inferiore per forze ad Umbone che aveva occupato la porta occidentale, cospirò con il conte Veriliano, (conte  di Ortona e comandante del presidio bizantino ivi stanziato,). Alais trattò con Veriliano per consentirgli di entrare con il suo esercito  per quella porta che egli teneva e conquistare così la città. Nella sera precedente Fredone, uomo cattolico e buon cittadino , (di ritorno da Ortona ove casualmente era venuto a sapere dell’imminente attacco bizantino alla città), avvisò la moglie che in quella notte i nemici avrebbero sorpreso la città e si pose egli le   armi a capo del letto, acciocché si potesse più prontamente armare. Così avvenne, ed egli armato corse dal vescovo, difesero la città, respinsero l’esercito del conte Veriliano. Il giorno dopo dietro la chiesa di San Tommaso, furono trovate delle scale che erano servite agli assalitori ed  a i sostenitori di Alais, il quale catturato, fu presentato ad Umbone come traditore della patria. Tutti gridarono che Alais fosse bruciato vivo. Cetteo avrebbe interposto la sua opera tra i due contendenti, ma venne accusato di aver tramato con i Greci e fu  incatenato in mezzo alla piazza e tenuto per molti giorni in carcere. Alais fu decapitato, mentre il boia si rifiutò di decapitare Cetteo, allora Umbone diede ordine che  al posto di essere decapitato fosse gettato, legato dal ponte della città e buttato nel fiume. Ma dopo che per ben due volte  il santo sopravvisse grazie alle preghiere, Umbone comandò che Cetteo fosse  calato dal ponte marmoreo nelle acque dell’Aterno, con le mani legate ai reni e con una grossa pietra al collo. Era  il 13 Giugno del 597. Al che gettato nel fiume immediatamente spirò. Qui le ricostruzioni divergono: secondo alcuni il corpo fu recuperato presso la foce da alcuni cristiani e conservato presso Chieti. Altrove si narra che  per miracolo il suo corpo, insieme alla pietra che recava al collo, spinto dagli angeli approdasse  a Zara. Qui un pastore di nome Valeriano vide una grande luce sulla spiaggia e andò a chiamare il vescovo. Accorsi il vescovo ed i sacerdoti, visto il volto angelico dell’uomo comprese che era stato affogato a motivo della fede in Gesù e diede ordine di seppellirlo con tutti gli onori. Così fu fatto presso il Lido, e Cetteo fu sepolto sotto il nome di Pellegrino, perché era giunto come pellegrino. Nella città viveva un cieco dalla nascita che un giorno si mise a pregare sulla tomba del martire e riacquistò la vista. Venuto a sapere della cosa il vescovo le autorità ed il popolo raggiunsero il luogo salmodiando e decisero di trasferire i resti del santo in un luogo più degno distante 9 miglia.

E’ bene considerare anche come questo rito fosse chiamato presso i Longobardi “ordalia dell’acqua”  facesse parte di un vero e proprio giudizio, di cui si riscontrano tracce anche in merito ai martiri di altri santi ad es. S. Quirino.

1) “I crudeli pagani lo gettarono (Quirino, vescovo della chiesa di Sissek) in un fiume con una pietra miliare legata al collo, e quando cadde in acqua venne sostenuto a lungo sulla superficie da un miracolo divino, e la acque non lo risucchiarono sotto poiché il peso dei crimini non gravava su di lui”. (Historia Francorum i.35).[8]  San Gregorio, vescovo di Tours, morto nel 695 d.C ci narra questo episodio che riguarda S. Quirino vescovo della Chiesa di Sissek in Pannonia, terra abitata dai Longobardi. Questi ingiustamente accusato fu sottoposto all’”ordalia dell’acqua”, ma grazie al soccorso divino riuscì a salvarsi. L’ordalia (o giudizio di Dio) , in longobardo ordail, era un istituto giuridico finalizzato a dimostrare la colpevolezza o l’innocenza di un imputato poiché, quale “iudicium Dei”, si basava sulla premessa che Dio avrebbe aiutato l’innocente nel caso lo fosse davvero , oppure avrebbe dimostrato la colpevolezza dell’imputato. L’istituto, in realtà trae la propria origine dalla più remota antichità (Assiri e Babilonesi, ma si rinvengono tracce anche nella Bibbia (ordalia dell’”acqua amara”). Anche presso gli antichi romani era utilizzato, fu praticato nel periodo tardo – antico ed in quello altomedievale presso le popolazioni sassoni e scandinave, presso i Longobardi ed i Franchi. L’episodio narrato che riguarda il vescovo Quirino (III secolo d.C) che riuscì a salvarsi , dimostra il chiaro nesso  esistente, quale istituto giuridico, tra l’”ordalia” in uso in Pannonia (abitata dai Longobardi) e quello applicato nell’episodio (vero o leggendario che sia ) che riguarda il vescovo Cetteo (di Aterno o Amiterno) . In particolare questa è l’”ordalia dell’acqua” che è  più usata e consisteva nel legare una pietra al collo dell’imputato e gettarlo in un fiume. Se fosse stato innocente, Dio lo avrebbe salvato impedendogli di affogare. La presenza di questo antico istituto che rimase in uso in Abruzzo per molti altri secoli, costituisce un primo elemento della veridicità del racconto, poiché illustra in modo concreto come Cetteo fosse stato sottoposto a questo istituto giuridico, esattamente  come Quirino , in luoghi (Aternum – Amiternum e la Pannonia) entrambe dominate dai Longobardi e di come certi usi fossero normalmente presenti nella popolazione. .

2) Analizzando il testo dei principali fatti riportati nei primi due codici si evidenzia come essi siano ambientati ad Aterno e non ad Amiterno. Depongono a favore di questa tesi in particolare  la vicinanza dei luoghi oggetto del racconto (Aternum ed Ortona relativamente vicini e raggiungibili in un paio d’ore di marcia, piuttosto che Amiternum  distante 60 miglia).  La studiosa[9] analizza in modo analitico il testo della Passione di S. Cetteo. Nella descrizione che fa il Bollettino, si fa riferimento ad un certo “Veriliano (o Vitaliano) , conte di Ortona che parte di sera da Ortona e a mezzanotte arriva in Aterno, in soccorso di uno dei belligeranti, dove era la chiesa di S. Tommaso”.

3) Orbene, la prof.ssa Cicchitti, analizzando questo testo secondo un criterio logico – ermeneutico ed ammesso che si considerasse Cetteo vescovo di Amiterno vicino l’Aquila pone ai lettori i seguenti quesiti :

–          “Come fa Variliano, a raggiungere Amiternum distante 60 miglia in così poco tempo ed attraversando senza problemi, di notte, tutto il territorio nemico[10] ?

–          Ed ancora: la chiesa di S. Tommaso era presente ad Aternum (Pescara) , ma non in Amiternum (presso l’Aquila), quindi questo è un altro elemento a favore di Aterno ;

–          dal racconto si evidenzia come il ponte marmoreo da cui fu buttato fosse ben vicino alla foce, come nel caso di Aternum (Pescara), ma non di Amiternum, distante decine di chilometri;

–          il racconto poi ci dice che per ben due volte il corpo del santo sopravvisse ai tentativi di affogamento e venisse ripescato alla foce per essere poi ributtato dal ponte. Questa parte del racconto diverrebbe paradossale , secondo la Cicchitti, se riferita ad Amiternum  (posta vicino l’Aquila); poiché i Longobardi avrebbero dovuto seguire il corpo tra cascate e salti d’acqua lungo tutto il corso del Pescara, impiegando moltissimo tempo, tanto più che l’itinerario sarebbe stato  ripetuto per ben due volte.

Tutto ciò fa ritenere a più di uno studioso che Cetteo fosse vescovo di Aterno e non di Amiterno[11] . A supporto di tale tesi, da alcuni ritenuta basata su racconti leggendari si possono addurre ulteriori fonti documentali puntualmente riportati dalla Cicchitti:

–          Il Calendario di San Giovanni in Venere scritto nell’XI secolo nel quale si legge: “Cethei Episcopi Ater” e non Amiternum;

–          Nelle pitture murali del capitolo dello stesso monastero datate 1085, la morte del santo è rappresentata con l’epigrafe “S. Cetheus Episcopus Ater” e non di Amiternum;

–          Nella chiesa di San Nicola (fuori le mura) di Pescara, nel 1140 si leggeva la scritta “Peregrino Presul Aterni”;

–          Nella Chiesa di Ortona, messale del secolo XIII si legge “Peregrini Epis Aterni” Mat;

–          Nella sacrestia del Duomo di S. Giustino in Chieti tra le reliquie è presente il “Corpus S. Pelegrini sive Cethei episcopi Piscariae”;

–          Duomo di S. Giustino in Chieti si legge:  ” nella nave di sotto, nell’altare di San Flaviano il corpo di San Cetteo vescovo di Pescara”;

–          come detto, nei primi secoli della vita della chiesa era prassi comune che il vescovo venisse scelto laddove vi fosse una comunità numerosa di cristiani a prescindere dal fatto che vi fosse o meno una sede vescovile.

–          Inoltre, l’autrice[12] cita un certo numero di storici che definiscono Cetteo vescovo di Aterno:

Pietro Di Natale che riporta l’estratto degli Atti da cui si evince che San Cetteo è  vescovo di Pescara, Francesco Naurolino Geverio, Carlo da San Paolo, Ferdinando Ughelli, Agostino Lubino il Seminante, Giovanni Morano. Luciano Camarra, il Saggese ed il Cappelletti lo ritengono   Vescovo Aternino e Teatino, poiché Aterno è sede vescovile congiunta a Teate e quindi Cetteo è vescovo unico delle sedi congiunte. Fino al 1934 la diocesi di Chieti ritiene Cetteo vescovo di Chieti, ne conserva le reliquie e ne celebra la festa il 13 Giugno. Un’ultima considerazione deriva proprio dai rinvenimenti archeologici di Aternum effettuati dal dott. Andrea Staffa della Soprintendenza su segnalazione del sig. Ernesto Barbi,  che hanno dimostrato come a seguito dell’invasione longobarda in Abruzzo da parte del duca di Spoleto Ariolfo, vi fosse un vero collasso dell’abitato testimoniato con chiarissime tracce di incendio ed abbandono dell’abitato antico nella zona di Piazza Unione. Dai livelli di abitato successivi si evidenzia , invece una riconquista dei bizantini protratta fino al VII secolo inoltrato[13]. Quindi gli atti della Passione di S. Cetteo ricevono una ulteriore  attendibilità visto che testimoniano le devastazioni longobarde, l’incendio ed anche la rioccupazione della città da parte delle milizie bizantine[14] .

Ebbene l’autrice [15] sulla base di documenti provenienti dalla Diocesi di Chieti, dimostra:

–           la realtà storica della figura di Cetteo, anche sulla base di particolari presenti nel racconto della “Passione” concordanti con ritrovamenti storici;

–          le forti incongruenze presenti nelle tesi dei “negazionisti” . Restiamo in attesa dei risultati di altri ed ulteriori studi .

La “Passione di S. Cetteo” così come narrata evidenzia la presenza di un istituto giuridico dei Longobardi: l ‘ordalia, rappresentata sia dal fatto che si narra che il santo  per tre volte venisse gettato legato nel fiume Pescara, sia dal fatto che vi fu  poi gettato con una grossa pietra legata al collo per verificare se avesse superato anche codesta prova. I Longobardi volevano evidenziare il fatto che se Cetteo avesse goduto veramente del favore di Dio, sarebbe stato sicuramente tratto in salvo da questi questi. E’ questo un chiaro esempio di ordalia (in longobardo ordail), giudizio di Dio o iudicium Dei, o il duello di Dio , o combattimento giudiziario. Esso era una sorta di procedura giuridica basata su di un combattimento o su una prova che un imputato o due contendenti (attore e convenuto) dovevano affrontare. Come detto, ci si basava sulla convinzione che Dio avrebbe aiutato l’innocente nel caso lo fosse stato davvero e quindi essa era finalizzato ad evidenziare la  colpevolezza o l’innocenza di un imputato derivante dal superamento o meno della prova. L’istituto trae le proprie origini dalla più remota antichità (Assiri – Babilonesi e nel codice di Hammurabi, ma è presente anche nella Bibbia). Anche gli antichi Romani lo utilizzavano, e veniva anche praticato nel periodo tardo antico e nel periodo medievale presso le popolazioni anglosassoni e scandinave, come anche presso i Longobardi ed i Franchi.

Un’ulteriore riprova di quanto affermato e dell’ ultrattività del diritto longobardo anche secoli dopo la scomparsa del loro dominio la si ritrova nel “”Tractatus de Passione Domini facta in Civitate Aterniensi 33. Ferdinando Ughelli trascrive il “Tractatus” nel VI volume della collana “Italia Sacra” dedicata alla chiesa teatina. Il “Tractatus” fa riferimento ad una narrazione in lingua latina contenuta in un manoscritto (contenente la vita di S. Gregorio Magno), per molti secoli conservato nella Biblioteca dell’Arcivescovado di Chieti ed ora smarrito. Molti autori, a cominciare da Ferdinando Ughelli , il quale afferma che il codice fosse stato regalato alla Biblioteca della chiesa teatina da Guglielmo, diacono figlio di Esberanno, indicano nel vescovo di Chieti Attone l’autore del “Tractatus” . Questi era stato promosso alla diocesi teatina dallo stesso Papa Niccolò II nel 1055. Il vescovo Attone era uno dei sette figli del conte Oderisio II che governò la contea dei Marsi unitamente al fratello Rainaldo III.  Attone dapprima fu vescovo di gran parte della contea dei Marsi e poi nel 1055 (o1057) fu nominato da Papa Niccolò II  vescovo di Chieti . Il vescovo Attone morì nel 1071 all’età di 38 anni. Tutti questi particolari, ma anche quelli che andremo a citare più innanzi, stanno ad indicare la veridicità del trattato e quanto in esso contenuto. Molti autori35 hanno fatto riferimento a questo manoscritto per descrivervi il miracolo eucaristico ivi citato, accaduto in Aterno nel 1062 d.C., taluni anche per esercitarvi un’ironia corrosiva, ateistica e negazionista36. Altri ancora37 evidenziano, invece, la presenza nel “Tractatus” di elementi del diritto longobardo (combattimento giudiziario = pugna certaminis), vera e propria ordalia, secondo il Feller ancora in uso in Abruzzo nel XII secolo, non solo, ma esso appare un utile documento per ricavarvi elementi sulla storia delle istituzioni medievali abruzzesi e sul potere comitale dei conti Attonidi. Il Feller 38  indica come il “Tractatus” sia la prima fonte ad indicare in Septe come il luogo della corte e del potere comitale degli Attonidi; la qual cosa è stata anche confermata anche da scavi archeologici, i quali hanno escluso la presenza in Chieti del palazzo degli Attonidi, forse perché la città teatina era ritenuta poco sicura e troppo vicina (fino al 802 d.C.) al confine col Ducato di Spoleto. Gli studiosi hanno già da tempo evidenziato come il sistema delle prove nel processo franco – longobardo fosse ben diverso da quello romano, proprio per l’inserimento tra i mezzi di prova del giuramento di purgazione e dei giudizi di Dio con relativa Ordalia ed i combattimenti giudiziari. Pertanto la sentenza che precede la prova assume un carattere condizionale ed ipotetico in quanto afferma che vincerà la causa il litigante che nella prova uscirà vittorioso39. A ciò si accompagna l’esecuzione forzata che viene realizzata o contro la persona del condannato che è consegnata al creditore o contro i suoi beni mobili ed immobili. Si noti, infine, come i glossatori di diritto longobardo, (es. Bartolo che in una sua famosa massima statuiva: “civitas superiorem non recognoscens et tibi princeps”), si contrapponevano ai giuristi sostenitori della supremazia  dell’impero (e delle sue leggi) sulle realtà locali, tendenza questa già emersa con il Barbarossa. Il documento, del “Tractatus” lungi dall’essere una vuota leggenda, ci permette di ricostruire la consuetudine giudiziaria presente in Abruzzo nel secolo XI, descritta molto bene dalla professoressa Longo nel suo libro “La penetrazione dei Normanni nella Bassa Val Pescara”:

la denuncia fatta da Abramo (ebreo convertito, che apprese dello “scelerum” e che poi prese il nome di Nicola);

il combattimento giudiziario (ordalia o pugna certaminis), che secondo l’uso longobardo serviva a verificare la colpevolezza del reo;

la tortura che serviva ad ottenere una confessione; in tal modo vennero recuperate: l’ampolla con il sangue, la cera, la tavoletta di legno e la lancia che era servita per trafiggere l’immagine di Cristo;

l’esecuzione forzata  sia verso la persona del condannato, sia verso l’intera comunità ebraica di Aterno, rea di complicità e connivenza con i colpevoli. In altra parte della guida ci siamo già occupati del Miracolo Eucaristico avvenuto in Aterno. In questa sede ci preme rivalutare il “Tractatus”, che si pone quale  strumento per rintracciare la connessione con la realtà storica e sociale del tempo .

Un’ulteriore riprova di quanto affermato e dell’ultrattività del diritto longobardo anche secoli dopo la scomparsa del loro dominio la si ritrova nel “”Tractatus de Passione Domini facta in Civitate Aterniensi [16]. Ferdinando Ughelli trascrive il “Tractatus” nel VI volume della collana “Italia Sacra” dedicata alla chiesa teatina. Il “Tractatus” fa riferimento ad una narrazione in lingua latina contenuta in un manoscritto (contenente la vita di S. Gregorio Magno), per molti secoli conservato nella Biblioteca dell’Arcivescovado di Chieti ed ora smarrito. Molti autori, a cominciare da Ferdinando Ughelli , il quale afferma che il codice fosse stato regalato alla Biblioteca della chiesa teatina da Guglielmo, diacono figlio di Esberanno, indicano nel vescovo di Chieti Attone l’autore del “Tractatus” . Questi era stato promosso alla diocesi teatina dallo stesso Papa Niccolò II nel 1055. Il vescovo Attone era uno dei sette figli del conte Oderisio II che governò la contea dei Marsi unitamente al fratello Rainaldo III.  Attone dapprima fu vescovo di gran parte della contea dei Marsi e poi nel 1055 (o1057) fu nominato da Papa Niccolò II  vescovo di Chieti[17] . Il vescovo Attone morì nel 1071 all’età di 38 anni. Tutti questi particolari, ma anche quelli che andremo a citare più innanzi, stanno ad indicare la veridicità del trattato e quanto in esso contenuto. Molti autori[18] hanno fatto riferimento a questo manoscritto per descrivervi il miracolo eucaristico ivi citato, accaduto in Aterno nel 1062 d.C., taluni anche per esercitarvi un’ironia corrosiva, ateistica e negazionista[19]. Altri ancora[20] evidenziano, invece, la presenza nel “Tractatus” di elementi del diritto longobardo (combattimento giudiziario = pugna certaminis), vera e propria ordalia, secondo il Feller ancora in uso in Abruzzo nel XII secolo, non solo, ma esso appare un utile documento per ricavarvi elementi sulla storia delle istituzioni medievali abruzzesi e sul potere comitale dei conti Attonidi. Il Feller [21]  indica come il “Tractatus” sia la prima fonte ad indicare in Septe come il luogo della corte e del potere comitale degli Attonidi; la qual cosa è stata anche confermata anche da scavi archeologici, i quali hanno escluso la presenza in Chieti del palazzo degli Attonidi, forse perché la città teatina era ritenuta poco sicura e troppo vicina (fino al 802 d.C.) al confine col Ducato di Spoleto. Gli studiosi hanno già da tempo evidenziato come il sistema delle prove nel processo franco – longobardo fosse ben diverso da quello romano, proprio per l’inserimento tra i mezzi di prova del giuramento di purgazione e dei giudizi di Dio con relativa Ordalia ed i combattimenti giudiziari. Pertanto la sentenza che precede la prova assume un carattere condizionale ed ipotetico in quanto afferma che vincerà la causa il litigante che nella prova uscirà vittorioso[22]. A ciò si accompagna l’esecuzione forzata che viene realizzata o contro la persona del condannato che è consegnata al creditore o contro i suoi beni mobili ed immobili. Si noti, infine, come i glossatori di diritto longobardo, (es. Bartolo che in una sua famosa massima statuiva: “civitas superiorem non recognoscens et tibi princeps”), si contrapponevano ai giuristi sostenitori della supremazia  dell’impero (e delle sue leggi) sulle realtà locali, tendenza questa già emersa con il Barbarossa. Il documento, del “Tractatus” lungi dall’essere una vuota leggenda, ci permette di ricostruire la consuetudine giudiziaria presente in Abruzzo nel secolo XI, descritta molto bene dalla professoressa Longo nel suo libro “La penetrazione dei Normanni nella Bassa Val Pescara”:

–        la denuncia fatta da Abramo (ebreo convertito, che apprese dello “scelerum” e che poi prese il nome di Nicola);

–        il combattimento giudiziario (ordalia o pugna certaminis), che secondo l’uso longobardo serviva a verificare la colpevolezza del reo;

–        la tortura che serviva ad ottenere una confessione; in tal modo vennero recuperate: l’ampolla con il sangue, la cera, la tavoletta di legno e la lancia che era servita per trafiggere l’immagine di Cristo;

–        l’esecuzione forzata  sia verso la persona del condannato, sia verso l’intera comunità ebraica di Aterno, rea di complicità e connivenza con i colpevoli. In altra parte della guida ci siamo già occupati del Miracolo Eucaristico avvenuto in Aterno. In questa sede ci preme rivalutare il “Tractatus”, che si pone quale  strumento per rintracciare la connessione con la realtà storica e sociale del tempo .

Come detto, sono necessarie altre verifiche che attendiamo fiduciosi .

[1]              Ci si riferisce all’attacco turco del 31 luglio 1566 operato da Paly Pascià a Pescara, da parte della storiografia locale ritenuto leggendario.
[2]              Giulio Muzii, “Aterno, la sua sede Vescovile” – 1923. L’autore cita la nomina a cardinale, nel 1244, di Pietro Capoccio, di origine atriana, il quale a seguito della sua nomina, nel 1251 a Legato Pontificio in Italia contro Federico II , comunica il Breve del Papa Innocenzo IV contenente queste disposizioni.
[3]              E’ curioso come tale ripartizione , nonostante l’erezione a Provincia di Pescara, sia rimasta inalterata per quanto concerne i servizi statali di pubblicità immobiliare: le copie degli atti rogati antecedentemente al 1974 inerenti beni ubicati nella riva nord (di pertinenza di Castellamare, già appartenente alla provincia di Teramo), possono essere “estratti in copia autentica” solo presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari di Teramo, stessa cosa per le copie degli atti pertinenti la riva sud (cioè l’antica Pescara) che possono essere estratti solo presso la Conservatoria di Chieti. Il tutto crea non pochi imbarazzi al povero cittadino pescarese .
[4]              Filomena Cicchitti op.cit.
[5]              Filomena Cicchitti op. cit.
[6]              Antinori, in Bullett. Regia Deputaz. Ab. ST. Patria, anno XXII – XXIII, serie IV – Vol. I-II, 1931 – 32, AQ, 1933
[7]              Cfr. Luigi Lopez, “Pescara dalle origini ai giorni nostri”, pag. 305, ed. “Nova Italica”, Pescara, 5 Aprile 1993.

[8]              San Gregorio di Tours, Historia Francorum i.35.
[9]              Filomena Cicchitti op. cit.
[10]            All’epoca, infatti i Bizantini controllavano solo le zone costiere, mentre Variliano – Vitaliano avrebbe dovuto attraversare tutta una serie di territori occupati dai Longobardi.
[11]            Tra gli altri già citati  F. Cicchitti cita Daniel Paperbroch (1628 – 1714) – Acta Sanctorum Iunii Tomus Secundus, pag. 668, 693.
[12]            F. Cicchitti op. cit.
[13]            A. Staffa “Le origini antiche di Pescara: l’abitato di Ostia Aterni – Aternum”, pag. 17 , in Pescara Antica – Il recupero di Santa Gerusalemme – Pescara, Carsa, 1993.

[14]            A. Staffa op. cit..
[15]            Filomena Cicchitti, L’autrice ha redatto un pregevole studio dal titolo “La Cattedrale di San Cetteo in Pescara”, Carsa ed. anno 2005, v. pag. 17
[16]            Cfr. F. Ughelli, IS, VI, col. 681 – 686 .
[17]            Cfr. Vittorio Morelli op. cit. pag. 58.
[18]            Tra gli altri G. Nicolino in “Historia della città di Chieti”, Napoli 1657, rist. anast., Bologna 1967, pag. 99; D. Romanelli in “Scoverte patrie di città distrutte e di altre antichità nella regione Frentana oggi Abruzzo Citeriore, nel Regno di Napoli”, Napoli, 1809, II, pag. 49 .
[19]            G. Pansa, “Il rito giudaico della profanazione dell’ostia e del  ciclo della “Passione” in Abruzzo, Napoli, 1916, pag. 7-8; id. “Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo”, Sulmona, 1924, I , pag. 199 – 200
[20]            Laurent Feller  in “Les Abruzzes Medievales, territoire, economie et societè en Italie centrale du IX an XII siecle” a cura dell’Ecole francaise de Rome, Roma 1998; in tal senso L. Pellegrini “Abruzzo medioevale. Un itinerario storico attraverso la documentazione” Altavilla Silentina., 1988, pag. 12 – 13; G. Tabacco, “Dai possessori dell’età carolingia agli esercitali dell’età longobarda” , in Studi medievali, II, 1969; id., “I liberi del re nell’Italia carolingia e post carolingia”, Spoleto, 1966.
[21]            Cfr. L. Feller, “Les Abruzzes Medievales…” op. cit. pag. 711 nota n. 150; Simonetta Longo, “Silva Sambuceti (1095 – 1099). La conquista normanna della bassa valle del Pescara”, pag. 38, , edizioni Solfanelli del gruppo editoriale Tabula Fati, anno 2008,  66100 Chieti
[22]            G. Ermini, sub voce Longobardi, in Enciclopedia del Diritto XXI, 1951, Torino, pag. 477.

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