Presenza Longobarda e Bizantina nella Provincia di Pescara

 

 

LA PRESENZA BIZANTINA E LONGOBARDA  A PESCARA E NELLA PROVINCIA

a cura di Mario Spina

 

Il presente studio intende lodare l’incessante attività di divulgazione sul tema condotto dal professore Vittorio Morelli, cui va il mio plauso per  le opere da lui realizzate, in particolare per  la realizzazione del volume “I Longobardi in Abruzzo e Molise”. L’autore nella sua opera apre degli scorci finora sconosciuti sull’arte longobarda e sul pre – romanico abruzzese, ma anche sulla datazione ed interpretazione di monili ed altri oggetti apparteneti a corredi funebri che in maniera troppo sbrigativa sono stati riferiti all’epoca romana, mentre potrebbero appartenere ad un periodo di poco successivo.

 Abbiamo già evidenziato come nel VI secolo vi fosse la presenza bizantina a Pescara, è certo che nel 538, durante la guerra gotico – bizantina, la città di Aterno, presidiata da Tremone fu assalita dal generale bizantino Johannes che, dopo aspri combattimenti occupò l’oppidum1 . La guerra (535 – 555) ebbe termine dopo le vittorie bizantine di (Busta Gallorum, Gualdo Tadino 552 d.C grazie al prezioso apporto di 5.000 Longobardi, Monti Lattari – anno 553 d.C in Campania- e Conza – nel 555 d.C.- . Non restano particolari tracce dei Goti sul nostro territorio se non a Crecchio (CH) e Martinsicuro (TE).  Crecchio (CH poi divenuto uno dei capisaldi bizantini del territorio, ove è conservato uno splendido elmo  degli Ostrogoti  , presso il Museo archeologico ubicato dentro l’omonimo castello. Tornando al porto di Pescara,  l’archeologo Staffa afferma che esso dovette conservare la sua piena funzionalità sino alla tarda età imperiale: ciò è documentato dal ritrovamento, presso il centro storico di frammenti di anfore africana ed orientali, importate da Samo, Gaza e dall’Asia Minore, databili tra il IV ed il VII secolo. La presenza di un nuovo e saldo potere politico ed amministrativo fece sì che furono realizzate quelle opere di consolidamento delle strutture difensive, ma anche la sistemazione della viabilità, anche a seguito delle erosioni del fiume, dell’innalzamento dell’acqua di falda, e, finanche per una leggera deviazione del  corso del fiume2. I Bizantini, consolidarono le strutture difensive, i porti, tra cui quello di Pescara, strategico per i collegamenti con Ravenna. A Pescara la cinta muraria bizantina, sul lato meridionale doveva corrispondere all’attuale Via dei Bastioni, mentre sul lato del fiume doveva essere in parte sovrapposta ai moli3 . Dei rilievi compiuti dall’archeologo dott. A. Staffa nel 2000 – 2001 hanno evidenziato come lo spessore alle fondamenta delle mura della fortezza che i Bizantini eressero a Pescara fosse di ben 3,03 metri (pari a 10 piedi romani). L’edificazione , stando ai reperti rinvenuti risalirebbe alla metà del VI secolo d.c., probabilmente dopo la riconquista bizantina di Pescara .Per tornare alla nostra trattazione, l’archeologo A. Staffa rileva acutamente come il tratto iniziale del Bagno Borbonico conservi lo stesso orientamento dell’antica strada di fondovalle, stesso orientamento era anche quello delle mura medievali a cui il complesso era andato a sovrapporsi 4  .  Le ragioni di tali fortificazioni appaiono intuitive, visto che il porto di Pescara risultava di fondamentale importanza sia per i collegamenti con Ravenna, sia con Bisanzio sia con le altre enclavi bizantine lungo la costa (Ortona , Vasto, ma anche Ancona a Nord). I Bizantini fortificarono anche altre aree della costa come Ortona (CH) e Crecchio (CH) . Un esempio di fortificazione bizantina a Crecchio è presente in una vasta villa rustica (probabilmente di un senatore romano, ci riferiamo alla grande villa posta in località Casino Vezzani – Vassarella di Crecchio)., luogo rimasto occupato dai bizantini fino alla metà del VII secolo. Possiamo tranquillamente affermare, in base alle testimonianze archeologiche e storiche che i Bizantini, proprio a seguito della guerra vinta con i Goti si diedero a fortificare il territorio da loro occupato dando vita ad un poderoso sistema difensivo che si basava su oppida, ville rustiche, torri di avvistamento, castra tra loro collegati etc. . Vi erano anche fortificazioni bizantine tra loro interconnesse come “oppida” in pianura o sulla costa e  e torri in altura, poste a breve distanza che fungevano da torri di avvistamento , ma anche da presidio che all’occorrenza potevano prendere tra due fuochi l’eventuale nemico assediante. . Probabilmente risalirebbe a quest’epoca anche la realizzazione del Castellum ad Mare  rinvenuto sul Colle del Telegrafo sopra Pescara, luogo peraltro abitato già dal tremila avanti Cristo. Questo castello, svolse un ruolo importante sia a presidio del villaggio ivi presente, sia quale punto di avvistamento e di difesa del sottostante porto di Pescara. Il fortilizio viene  poi citato il 14 Luglio del  1001 dal notaio Rainaldo di Penne a seguito di una donazione dei beni di famiglia  che un tal Rainiero  , figlio del “fu Giuseppe”, fa al Monastero di Montecassino, tra i quali oltre a beni nell’ascolano, apruziense e teramano, pennenze e teatino, dona altri beni presenti in Fosso Mazzocco con un tratto di spiaggia 5.  E’ appena il caso di rilevare come ci si trovi di fronte all’ennesima donazione di beni fatta da gens di origine longobarda al Monastero di Montecassino . Il castello viene poi citato nel 1176 da una bolla del Papa Alessandro III tra i beni riconfermati all’Abbazia di San Giovanni in Venere , inoltre, il papa Innocenzo III con una bolla del 2 Dicembre 1204 riconfermava all’abate Oddone di San Giovanni in Venere tutti i possedimenti ivi compreso il Castellum ad Mare . Queste donazioni, come vedremo, erano frequenti nell’aristocrazia longobarda e normanna e spesso nascondevano dei disegni politici di governo del territorio. Sulle colline dominanti questi centri abitati e fortificati di Castrum Truentinum, Castrum Novum, Statio ad Salinas  (Contrada Saline presso Marina di Città S. Angelo) ed Ostia Aterni sono state rinvenute delle strutture difensive a difesa dei sottostanti abitati: il Castellum S. Pauli a difesa di Castrum Truentinum, la Civitella quod est iuxta S. Flavianum a difesa di Castrum Novum. Qui è bene fare una breve digressione, in quanto San Flaviano, patriarca di Costantinopoli nel 446 d.C venne deposto dalla carica e fu condannato all’esilio ove morì tra terrbili sofferenze. Le sue spoglie vennero imbarcate per volere dell’imperatrice Galla Placidia per essere inviate a Ravenna. Ma, nel tragitto in mare la nave, dopo una forte tempesta, approdò senza equipaggio sulla costa di Castrum Novum Piceni (l’odierna Giulianova). La popolazione elesse come proprio santo patrono san Flaviano e la stessa località prese il nome di Castel san Flaviano, posto a difesa del Castrum Novum Piceni. Altre simili postazioni sono rinvenibili lungo la costa : , il Castellum S. Mori (attuale Torre del Moro in Città S. Angelo) a difesa della “Statio ad Salinas” (contrada Saline con il relativo vicus), il Castellum ad Mare con il relativo villaggio a colle del Telegrafo in Pescara, in difesa di Ostia Aterni (che peraltro possedeva  una poderosa fortezza eretta dai Bizantini con mura spesse alle fondamenta m. 3,03, mura delle stesse dimensioni di altre fortificazioni bizantine rinvenute in Egitto).

Nel VI – VII secolo persiste la presenza di ville rustiche nel territorio provinciale, esse si erano caratterizzate nel periodo della tarda antichità dell’età imperiale come una struttura economica e sociale caratterizzata da insediamenti rustici , piccoli villaggi legati a forme di sfruttamento di agricolo, di allevamento etc. . Queste forme di abitato spesso di origine italica , continueranno ad esistere anche in epoca imperiale ed altomedievale trasformandosi poi in “curtis” . Come già detto Pescara, Ortona  e Vasto resistettero molto più a lungo all’invasione longobarda, come già evidenziato da A. Staffa, i Bizantini avevano predisposto un articolato sistema di difesa con presidi sulla costa ubicati presso le foci dei fiumi o nelle insenature naturali. Questi avevano, inoltre, occupato antiche ville rurali (villae) e stationes  (villaggi sorti presso le stazioni cambio dei cavalli, che erano diventati degli snodi commerciali, es. la “Statio Ad Salinas” nonché centro abitati, facendone dei campi trincerati ”castra” ). In questo sistema ritroviamo anche dei centri urbani (Kastron Terentinon – Castrum Truentinum alla foce del Tronto del Tronto , attuale Martinsicuro, Kastron Nobon – Castrum Novum , attuale Giulianova nella Val Tordino, Aternum  nella Val Pescara, Lanciano,  Kastron Beneren – Vicus Veneris nella Val di Sangro, attuale S. Giovanni in Venere , Kastron Reunia, nella valle del Trigno  presso la periferia meridionale di Histomium.Lo scopo era quello di avere dei presidi atti a sorvegliare e difendere sia le principali foci dei fiumi che delle relative vallate.

Altro aspetto da considerare è la lentezza della penetrazione dei Longobardi dovuta essenzialmente a vari aspetti:

– la scarsità di uomini a disposizione per portare attacchi alle difese bizantine. Dobbiamo immaginare che il grosso dell’esercito longobardo era rimasto acquartierato al Nord dove nel 572 d.c era caduta Pavia che divenne la loro capitale, che altri tronconi dell’esercito di occupazione erano stati inviati per la creazione del Ducato di Benevento e del Ducato di Spoleto;

– il poderoso sistema difensivo elaborato dai Bizantini e già sperimentato nella guerra contro i Goti ed ora rinforzato;

– la necessità dei Longobardi di riorganizzare le loro fila e consolidare i territori già conquistati;

– la presenza di carestie, malattie e pestilenze che facevano scarseggiare i viveri e le salmerie necessarie alle truppe;

– non ultima anche la difficoltà dei Longobardi a mantenere i collegamenti tra i vari reparti quando le linee del fronte si allungavano, a differenza dei Bizantini che potevano usufruire di più rapidi collegamenti via mare, avendo a disposizione una potente flotta;

– un ultimo aspetto, forse non meno importante era che la perdurante crisi alimentare ed economica aveva fatto venir meno uno stato centrale con una moneta;

– infine, i Longobardi, già al soldo dei Bizantini erano pronti a concedere tregue a Bisanzio in cambio di oro.

Si assistette, quindi, ad una lenta penetrazione Longobarda in Abruzzo, nella quale, come in uno scacchiere i nemici si fronteggiavano e studiavano le mosse l’uno dell’altro . Ragion per cui, anche i Longobardi si adattarono ad una “guerra di posizione”. Costoro , per tenersi lontani dalle enclavi bizantine: Esarcato di Ravenna e la Pentapoli, nonché dai vari presidi fortificati costieri, avevano scelto una via di penetrazione pedemontana , e  si erano stanziati oltre che nelle città anche in quegli abitati e castra, “vici”, “pagi” ville rustiche etc. che erano sopravvissuti alle guerre con i Goti , andando ad occupare vari centri fortificati bizantini. I Longobardi, inoltre, spesso rioccupavano dei centri abitati abbandonati operando uno spoglio delle rovine romane per riadattarli alle loro esigenze e li abitavano di nuovo. Come detto, i Bizantini dapprima riuscirono a fermare i Longobardi lungo il confine naturale costituito dal fiume Tronto, potendo contare sul campo fortificato di Castrum Truentum e su altri centri fortificati posti nell’interno, quali Castrum Aprutentium (attuale Teramo un tempo città ora retrocessa a castrum) , Campli, Ancarano etc. i Longobardi fronteggiavano il nemico  ed avevano fortificato Castel Trosino, S. Egidio alla Vibrata e Civitella del Tronto, ed erano, inoltre, penetrati in Leofara e nella valle Castellana. Come si vede l’occupazione non è uniforme, inoltre tentativi di occupazione venivano svolti da Nord dal Ducato di Spoleto e da Sud dal Ducato di Benevento . Ragion per cui i Bizantini articolarono una linea di difesa nella Marsica presso il lago del Fucino.

 La svolta la si ebbe nel 580 d.C. quando cadde Castrum Truentinum e poco dopo anche Castrum Novum. I Bizantini dovettero arretrare e costituire un’altra linea di difesa basata su Penne, Colle Fiorano di Loreto Aprutino, Cappelle, Città S. Angelo e Statio ad Salinas. Il caposaldo difensivo a Sud dei Bizantini era posto a Castrum Kephalia (l’odierna Cepagatti, ove i Bizantini avevano fortificato una grande villa rustica). Sempre a Sud i Bizantini mantennero fino al 595 d.C. I loro presidi presso la Marsica e Kastron Samnion (Venafro) e Sepino, posto in posizione strategica sulla via che da Benevento giungeva in Molise9. Dopo la caduta di Venafro nel 595 d.C. I Longobardi estesero i loro domini . Nel frattempo si erano venute a definire due linee di difesa dei Bizantini:

una linea di confine, sul fronte Sud, era posta tra la costa del chietino e l’interno con capisaldi Ortona Crecchio .

Sul fronte Nord i Longobardi si attestarono a Penne, presso il castrum di Loreto Aprutino che poi divenne un importante centro amministrativo e centro di una loro contea e e poi a  Città S. Angelo sulla costa .

Con la caduta di Venafro nel 595 d.C i Longobardi ebbero la meglio sulla linea difensiva articolata lungo la Tiburtina Valeria e vennero meno: Amiternum (S. Vittorino) Aufinum (Ofena), Aveia (Fossa) , Alba Fucens, Peltuinum (Prata d’Ansidonia), Marruvium (S. Benedetto dei Marsi,; caddero  anche  Carsioli (località Civita di Oricola),  Castrum Caelene (Celano). (S. Benedetto dei Marsi). Nel mentre anche i Longobardi provenienti dal Ducato di Spoleto consolidarono le loro conquiste nel territorio a nord di Pescara Hatria (Angulum – città S. Angelo), e Colle Fiorano di Loreto Aprutino. La conquista longobarda fu portata a termine con una progressiva penetrazione prima nel Teramano (ad opera dei Longobardi appartenenti al ducato di Spoleto e nell’Aquilano) e poi nel Chietino10 (grazie alla penetrazione dei Longobardi del ducato di Benevento). I Longobardi del Ducato di Benevento da Sud aggirarono le difese bizantine lungo la Tiburtina e penetrarono da Pacentro e attraverso Guado S. Leonardo e conquistarono Caramanico , Roccamorice, Bolognano, Musellaro, S. Valentino e tutta  la valle dell’Orta per ricongiungersi presso Popoli con i Longobardi provenienti dal Ducato di Spoleto. Anche nell’interno del chietino e nella vallata della Majella orientale si attestarono i longobardi e se ne riuscontrano molti toponimi: Fara de Laento (sull’alto corso dell’Alento), Guardiagrele, Fara S. Martino (sul torrente Verde), Fara Filiorum Petri, Piano La Fara di Casoli (lungo il fiume Aventino, La Fara presso Archi, La Fara in località Piazzano di Atessa, Fara Filiorum Guarnieri (Tornareccio posto sopra Atessa, nel mentre venne meno anche l’antico centro italico di monte Pallano), Fara presso Gissi, La Faretta in località Coccetta di Lentella. Tracce dell’insediamento longobardo sono state, infatti, rilevate  in Caramanico, Bolognano Musellaro, Roccamorice, S. Valentino, Manoppello, Serramonacesca, Tocco da Casauria, Scafa, ed ancora Pescosansonesco, Rosciano (Piano della Fara di Rosciano), Civitaquana (Colle Scurcola di Civitaquana),  , Alanno (Colle della Sala) , Spoltore. In sintesi, possiamo affermare che forti gruppi longobardi si erano attestati sul versante orientale della Majella (e vedeva i bizantini attestai ad Anxanum, Crecchio, Canosa Sannita , Vacri Bucchianico , Teate. Sul versante settentrionale  della Majella i longobardi si erano attestati e consolidavano le llro difese su entrambe le rive del Pescara. Il processo di occupazione dei longobardi fu lento, e la costa teatina con Pescara compresa, restarono sotto il controllo bizantino. A. Staffa11 evidenzia come l’assetto bizantiino di Histonium (Vasto) dovesse conservarsi sino al XI secolo, e come nel 649 d.C. Il vescovo Viatore di Ortona potesse partecipare al sinodo lateranense indetto da Papa Martino e probabilmennte fino al 667 d.C., come vedremo poi con la ripresa delle ostilità contro Grimoaldo.

Restarono ai bizantini i presidi lungo la costa : Aternum come anche Ortona , S. Giovanni in Venere e Vasto continuarono a resistere fino alla metà del VII secolo (Vasto presenta tracce dell’assetto bizantino fino al XI secolo secondo l’archeologo A. Staffa. L’occupazione della costa teatina avvenne a seguito della fallita impresa bellica dell’imperatore d’Oriente Costante II il quale , dopo essere sbarcato in Italia ed aver espugnato Bari, decise di attaccare il Ducato di Benevento che era rimasta sguarnita, in quanto il Duca Grimoaldo era divenuto re dei Longobardi ed era andato a Pavia con il suo esercito per prendere possesso del regno facendo Duca di Benevento suo figlio Romualdo. L’imperatore Costante II avrebbe sicuramente conquistato anche Benevento se Grimoaldo non fosse rientrato dal nord con il suo esercito di 30.000 uomini respingendo l’imperatore. Questa circostanza fece sì che al ritorno della vittoriosa spedizione contro l’imperatore Costante II espugnasse quasi senza combattere le varie enclavi bizantine lungo la costa chietina . Solo Pescara cadde sul finire del VII secolo . I Longobardi  procedettero anche ad una rioccupazione sistematica di quelli che erano stati i capisaldi della presenza bizantina sul territorio, essi istituirono sette gastaldati: Marsica, Valva, Amiternum, Forcona, Aprutium, Pinne, Teate.

Un altro aspetto da molti sottaciuto è che i Longobardi da popolo nomade divennero una popolazione stanziale che sviluppò un’influenza determinante specie in Abruzzo, le cui tracce sono ancora presenti. Per la prima volta l’Abruzzo venne definito da un punto di vista amministrativo con i confini attuali dal fiume Trigno al fiume Tronto. Era accaduto che i Longobardi con la creazione dei sette gastaldati avessero ad un tempo dato una precisa fisionomia geografica ed amministrativa di quella che sarebbe divenuta la Regione Abruzzo. Si pensa comunemente che con l’801 – 802 con la venuta dei Franchi i Longobardi fossero spazzati via. In realtà essi si limitarono a giurare fedeltà al nuovo signore (Carlo Magno). I confini tra il ducato di Benevento e quello di Spoleto (che nel frattempo era divenuto un ducato vassallo dei Franchi) erano rimasti invariati ed erano costituiti dal fiume Pescara. Fu Pipino , figlio di Carlo Magno che nel 802 d.C espugnò Chieti e portò i confini dell’impero fino al fiume Trigno. Anche se potrebbe sembrare che la ripartizione territoriale tra i due ducati fosse definita, in realtà le vicende storiche dei due ducati di Spoleto e Benevento furono molto travagliate sin dalla prima conquista longobarda. Per vedere riuniti i due ducati sotto un unico dominio bisognerà aspettare fino al 1054 quando l’imperatore Enrico II il Nero (1046 – 1056) cedette al Papa Leone IX (1049 – 1054) la signoria di Benevento vicarationis gratia  e successivamente a Vittore II, dopo il 1054, cedette il ducato di Spoleto e la Marca di Camerino (e di Ancona). In tal modo i possessi della Chiesa si estesero fino a tutta l’Italia Centrale meridionale e Centro settentrionale. Le vicende  Lo studio di A. Staffa mette in evidenza che vi è una sorte diversa tra quei centri che,  nella prima fase della conquista longobarda si trovarono ad essere sulla linea di confine tra Longobardi e Bizantini (attestatisi a Pescara Ortona e Vasto),  e che risentirono fortemente di questo conflitto e persero il ruolo sino ad allora detenuto, (a nord di Pescara Hatria, Angulum – Città S. Angelo, Colle Fiorano di Loreto Aprutino, ma anche nell’aquilano le città di :  Amiternum, Aufinum, Aveia, Alba Fucens, Peltuinum e Marruvium ), rispetto a questi centri bizantini (Pescara, Ortona e Vasto) che, proprio per aver goduto della protezione delle milizie imperiali fino al VII secolo, ebbero il vantaggio di poter conservare abbastanza bene l’assetto urbano ed amministrativo. La città di Pescara fu conquistata come detto dai Longobardi del ducato di Benevento nell’ambito della guerra tra Grimoaldo II contro i bizantini (646 – 671 d.C.)13. A. Staffa evidenzia come la conquista non dovette essere cruenta14 poiché ai Longobardi stava a cuore il centro portuale che doveva stare a difesa del confine del ducato che rimase sul fiume Pescara fino alla conquista franca dell’801 d.C. . L’abitato era andato a restringersi a seguito dell’abbandono delle strutture murarie non più agibili e delle demolizioni effettuate che venivano affiancate da case costituite da telai lignei con farcitura di argilla cruda e pietrame15. L’azione di erosione del fiume che spostò il suo corso verso Sud nei pressi dell’area del Ponte D’Annunzio determinò un ulteriore spostamento dell’abitato che andò verosimilmente ad occupare il settore centrale dell’antico abitato. Nel frattempo si nota per la prima volta il cambiamento del nome del fiume da Aterno in Pescara. Le notizie al riguardo ci vengono fornite da Paolo Diacono che, nel 787 d.C. nella sua “Storia dei Longobardi”  indicò nel fiume Pescara il confine tra il Piceno ed il Sannio 16, usando per la prima volta il termine Piscaria. Al tempo dei Longobardi gran parte dell’Abruzzo era sostanzialmente ricompreso in tre contee: Chieti,  Teramo, e Penne che aveva assorbito la contea Atriana, mentre il resto dell’Abruzzo era amministrato da comitati che facevano riferimento ai gastaldati già citati e che comunque avevano un minor peso politico. Il baricentro politico ed amministrativo tendeva a spostarsi nella contea di Chieti che, con la dinastia degli Attonidi, nei fatti dominava dal fiume  Trigno a Vasto  al fiume Tronto. Per restare in tema di fiumi il termine Piscaria viene riferito al fiume anche in un diploma17attribuito a Desiderio (756 – 774) avente ad oggetto il monastero di S. Pietro in Trite (S. Pietro ad Oratorium). In esso vengono descritti i beni concessi dal re al monastero che arrivavano al fiume Piscarie.  Sembrerebbe che fosse intento del re Longobardo Desiderio e poi dei Conti di Chieti, nonché dei re ed imperatori Franchi quella di creare una zona cuscinetto  a cavallo del fiume Pescara, attraverso la concessione di estesi territori alle abbazie della zona: S. Pietro ad Oratorium, S. Liberatore a Maiella, S. Clemente a Casauria. Ciò sia per diminuire le dispute territoriali di confine tra i due ducati di Spoleto e Benevento , ma anche nella convinzione che l’amministrazione territoriale delle abbazie fosse migliore di quella dei feudatari ed assicurasse una maggiore prosperità economica alle aree loro soggette, quindi eventuali maggiori rendite fiscali per il Conte o il Duca, qualora in un futuro prossimo avessero ottenuto dagli enti ecclesiastici quei terreni  in enfiteusi . Infatti, quando questi  beni divenivano troppo estesi per poter essere controllati direttamente come accadeva di sovente, venivano concessi in enfiteusi dagli enti ecclesiastici ai signori locali. A tal proposito vi è chi evidenzia come i Longobardi non avendo un forte stato centrale con un numeroso apparato amministrativo da mantenere, non avessero bisogno di forti entrate per sostenere lo Stato, tanto da non avere un’imposta patrimoniale19. Una minore imposizione fiscale, unita alla forte autonomia di cui godevano gli estesi ducati, possono far supporre che potessero essere favoriti dei meccanismi di accumulo di ricchezza , uniti alla presenza di vari gruppi di uomini “liberi” longobardi non soggetti alla signoria di alcuno e divenuti  proprietari terrieri a seguito delle acquisizioni del VII secolo. L’esempio di Maione di nobile famiglia longobarda che aveva fissato la sua dimora in Pescara ci pare interessante proprio per verificare la presenza in Piscaria di un piccolo ceto di uomini “liberi”, piccoli proprietari che avevano l’uso della Silva Sambuceti  che potrebbe far riferimento a gruppi longobardi. Comunque anche se i ducati avevano una loro estesa autonomia essi stessi ponevano in essere un attento controllo del territorio attraverso i Gastaldi. Questi erano funzionari giudici – notai  che svolgevano compiti amministrativi  per conto del Conte (o del Duca), sbrigavano compiti di ordinaria e straordinaria amministrazione, piccola giustizia, la leva ed anche quella del controllo del traffico commerciale di una certa area. Pescara con tutta probabilità fu sede di gastaldato20 anche se “itinerante” in quanto il gastaldo si spostava tra Pescara e Chieti per risolvere le controversie. Anche dopo la conquista ad opera dei Franchi con Pipino (801-802 d.C.) le strutture amministrative dei Longobardi non scomparvero, ma si limitarono ad adeguarsi ed a giurare fedeltà al nuovo signore. Il fiume Trigno divenne il confine tra il Ducato di Spoleto (annesso da Carlo Magno) ed il Ducato di Benevento (ancora autonomo),mentre prima il confine tra questi due ducati passava per il fiume Pescara. Aternum o meglio Piscaria, unitamente alla  contea di Chieti, (che arrivava fino al fiume Trigno). Questa ora era stata annessa al Ducato di Spoleto; ed è in questo periodo che  comincia ad emergere la famiglia degli Attonidi, potente famiglia di origine longobarda con estese proprietà nella contea teatina . Nel 983, l’Imperatore  Ottone II pose Trasmondo degli Attonidi di Chieti a capo del Ducato di Spoleto21. Essi continuarono ad esercitare il loro potere, vera     autarchia comitale  fino alla conquista normanna, riferendosi  nei loro decreti non solo a quelli dei re Franchi , ma anche a quelli dei re Longobardi.  E’ sintomatico che Moscufo viene nominata come sede di Gastaldia ancora  nel 1219 a proposito di un tale Goffredo, gastaldo di Moscufo. Pescara al tempo dei Longobardi non dovette passarsela molto bene:  prova ne sia le tracce di umili capanne dell’epoca rinvenute negli scavi in Via delle Caserme, grazie all’opera dell’archeologo A. Staffa. Un altro fenomeno da approfondire, acutamente messo in rilievo dallo studioso testé citato è quello per cui si assiste, nel IX secolo d.C.   a frequenti donazioni di possedimenti a favore delle abbazie, da parte di grandi famiglie longobarde, che a seguito della conquista del VII secolo avevano acquisito estesissimi territori.

Si nota, come a partire dal 774 d.C. (caduta del regno d’Italia di Desiderio re dei Longobardi), le grandi famiglie longobarde proprietarie di estesi domini, abbiano iniziato ad intessere dei rapporti sempre più stretti con il potere ecclesiastico, effettuando in favore delle abbazie, (Montecassino in particolare), delle cospicue donazioni, ed ottenendo in cambio una forte protezione politica nei confronti dei nuovi poteri che si andavano organizzando.  Già il duca di Spoleto Ildebrando , nella seconda metà del sec. VIII aveva fatto svariate donazioni di varie terre nel contado di Penne e nella Marsica. Intorno al 870 d.C. la contessa Isegarda donò all’Abbazia di Montecassino vari beni e chiese del chietino, tra cui anche la chiesa di S.S. Salvatore di Aterno, con la possibilità di incassare la metà degli introiti fiscali del porto22. Troviamo sempre più spesso rapporti di parentela tra esponenti religiosi e grande aristocrazia longobarda, una grande alleanza finalizzata al controllo del territorio con una reciproco vantaggio economico. Questo fenomeno si accompagna anche ad un mutamento dei riti funerari da parte dei longobardi che si vanno “cristianizzando”: quindi non più sepolture con corredo, ma tipologie funerarie monumentali, oppure il seppellimento di più inumati in una stessa sepoltura23. Un ulteriore esempio tra i vari ci perviene dalle fonti cassinesi24 che ci forniscono notizie sulla Chiesa cassinese di S. Silvestro in località Orni di Canosa Sannita (vicino Crecchio). Fra le pertinenze della predetta chiesa sono menzionate alla metà del nono secolo la “Fara que dicitur Biana e la fara Maionis”  che dovevano trovarsi nelle vicinanze dell’abitato. Ma la vera notizia è un’altra: il proprietario di queste Fare era un certo Maione da Pescara (Maio de Piscaria25), grande proprietario longobardo, fratello del preposito di S. Liberatore a Majella Poterico. Questi era vissuto tra la fine dell’ottavo secolo e la metà del nono secolo. Le fonti cassinesi ci parlano dell’ampiezza della Fara che aveva preso il suo nome e di tutte le sue Fare pari 5 per un totale di 5.800 moggi di terra (quasi 2.900 ettari), che ben presto si consolidò in una compatta curtis. Sempre in riferimento a Maione, il prof. Vittorio Morelli 26 dalle cronache del Monastero di S. Giovanni al Volturno, di chiara influenza longobarda, individua un documento nel quale :

“Giovanni, Amezzo, Ildebrando e Maione, figli del “quondam” Maione e Ugo del “quondam” Leuteri, ricevettero da Giovanni III abate di S. Vincenzo al Volturno a livello per 29 anni le terre monastiche situate nel contado di Penne” e cioé 40 moggi in località Bubeta, con la chiesa di S. Pietro, 50 moggi in località Carpenone per la corrisposta annua di 3 soldi da pagarsi all’abate ed al prevosto di S. Maria in Musano”.  Il caso di Maione, fratello di Poderico, preposito di S. Liberatore a Majella, indica anche gli stretti rapporti esistenti esistenti tra i longobardi e l’abbazia di Montecassino quindi con i Benedettini e di come attraverso un esame dell’articolazione del patrimonio cassinese si vadano ad evidenziare testimonianze dell’insediamento dei Longobardi di Benevento nel Chietino. Si consideri da ultimo che il monastero di S. Liberatore a Majella era antica dipendenza  beneventana di S. Salvatore di Brescia. Il prof. Morelli individua altri documenti tratti dal “Cronicon” del monastero di S. Vincenzo al Volturno nel quale l’abate Giovanni III e poi l’abate Roffredo stipulano vari contratti di enfiteusi con proprietari terrieri di origine longobarda di durata di 29 anni oppure , come quello tra Roffredo ed il conte di Chieti Attone, che quale creditore di una somma di 500 soldi verso il predetto monastero, ottiene dall’abate un contratto di enfiteusi con durata fino alla terza generazione, avente ad oggetto metà della curtis di Musiano,ad eccezione della chiesa di S. Maria in Musiano in Penne per un canone annuo di 15 soldi. (“Cronicon Volturnense” doc. 173, anno 984, ottobre Capua) .

 La toponomastica e le fonti altomedievali, specie in occasione di lasciti da parte di famiglie longobarde a chiese ci evidenziano la presenza di vari “Gualdi” sul territorio, come di “Fare” , come anche di insediamenti di uomini liberi risalenti all’epoca longobarda (mons o silva arimannorum, gualdus excitalis, silva hominum reatinorum); questi spesso divenivano  dei piccoli proprietari terrieri destinati a presidiare il confine settentrionale del ducato di Benevento27 . L’Autore 28 evidenzia come vi siano molteplici prove di come in Abruzzo ed in tutta l’Italia Centro – Meridionale permanessero donazioni, atti di vendita e transazioni “more Langobardorum”. In Abruzzo poi, consistenti tracce di quanto si afferma sono state riscontrate fino a poco prima della Seconda Guerra mondiale.

Per tornare ai Longobardi è nel periodo che va dal VIII all’XI secolo che le antiche villae rusticae tipiche del tardo impero si perpetuarono con il termine curtes sotto i Longobardi e con il termine villa sotto i Franchi.  Queste erano di proprietà laica o ecclesiastica od anche del fisco regio ed  erano composte da una pars dominica  (riservata al padrone) e dalla pars massaricia . La pars dominica ricomprendeva al suo interno anche tutti i servizi quali il mulino, il forno, il frantoio, l’eventuale laboratorio per la costruzione di attrezzi agricoli, per la tessitura etc. Contrariamente a quanto si pensava fino a poco tempo fa, l’economia “curtense” che si pensava “chiusa” (cioè autosufficiente), in realtà dava vita a traffici e commerci. La pars dominica era gestita direttamente dal proprietario o attraverso schiavi o attraverso le prestazioni cui erano tenuti i contadini  ed i servi (corvées), inoltre in essa erano ricompresi i pascoli e le zone boschive. I contadini , inoltre, coltivavano per sé (provvedendo a dare una parte dei frutti al proprietario), la pars massaricia (attuale massaro e masseria) . Ogni famiglia possedeva un’estensione di terreno proporzionata alle sue capacità di lavoro chiamata manso (tuttora esistenti in Alto Adige). I contadini godevano dei frutti della terra, avevano il diritto di mandare a pascolare il bestiame sulla pars dominica e di rifornirsi di legna presso il bosco. Molti centri urbani  conquistati dai Longobardi caddero in profonda crisi, comprese   le diocesi vescovili ivi ubicate 29. La stessa struttura della “Fara”30 identificava delle grandi famiglie divise poi in molti rami minori che conservavano il legame di stirpe sotto la designazione di consorterie feudali, nobiliari, famiglie di torre e di loggia. Il raggruppamento di più “Fare” legate tra loro da legami familiari e patrimoniali era chiamato “Sippen”. La “Fara” finiva per assumere su di sé importanti attribuzioni dapprima religiose e giudiziarie, per poi divenire corte dove si stipulavano atti, si risolvevano controversie e si tenevano placiti. Un acuto studio del prof. Vittorio Morelli che approfondisce le tematiche di un lavoro di Hermann MŰLLER sulle contee e gastaldati abruzzesi, ha il grande merito dell’aver recuperato le testimonianze presenti nel Chronicon Casauriense, di Carpineto sulla Nora, di San Vincenzo al Volturno, dell’abbazia di Cassino (Memoratorium dell’abate Bertario), S. Stefano in Rivo Maris, del Martyrologium di S. Bartolomeo di Carpineto sulla Nora, rinvenuto dall’autore a New York. A ciò si aggiungano ulteriori codici quali quello su S. Maria delle Tremiti (Chartularium Tremitense di A. Petrucci), quello su S. Maria di Picciano e su altre chiese abruzzesi nonché su  S. Basso di Termoli. L’autore, in tal modo realizza per quanto riguarda la codicistica una “storia longobarda dell’Abruzzo” (ma anche del Molise), ed in modo comparativo evidenzia sotto vari aspetti: legislazione, politica agraria, arte, architettura, musica, abbigliamento, religione, culti, magia, usi costumi, giuochi, tempo libero, cucina ed abbigliamento. L’autore dimostra in modo davvero sorprendente come i Longobardi abbiano inciso sulla nostra vita. Ebbene, il Morelli32 riesce a dimostrare con un profondo studio comparato l’influenza che i Longobardi  hanno esercitato in Abruzzo.

Sotto l’aspetto della legislazione, come detto , i Longobardi si segnalarono con l’editto di Rotari del 22 novembre del 643 d.C che si prefisse di mettere per iscritto le leggi del popolo longobardo prima tramandate oralmente, ma anche di importare istituti giuridici del diritto dei popoli scandinavi e sassoni come anche del diritto romano. Esso  intendeva realizzare una “summa iuris” del popolo longobardo (ad imitazione del codice Giustinianeo) , ma prevedeva un doppio regime di applicazione: uno per gli arimanni (uomini liberi longobardi) e per i subalterni (servi longobardi) ed uno per i romani (romei) .  Altra particolarità , unica tra le leggi longobarde è che l’Editto fu approvato anche dall’esercito (dall’assemblea in armi (gairethinx) mediante il rito della percussione delle lance (wapnatak). L’Editto di Rotari consta di 388 capitoli riguardante in gran parte il diritto penale e quello civile.  Il testo è in latino con l’inserimento di termini longobardi ed è diviso in tre parti:

– la prima parte riguarda i delitti pubblici e privati con le relative pene;

– la seconda parte riguarda il diritto familiare e quello di successione;

– la terza parte il diritto di proprietà, il diritto agrario, le obbligazioni etc.

L’editto di Rotari, in primis intende ricomporre le vertenze che potevano insorgere tra i cittadini, prevedendo un risarcimento pecuniario (guidrigildo) all’antico istituto della faida (vendetta, che risaliva alla lex talionis) e che instaurava un clima di instabilità sociale . Il guidrigildo quale risarcimento in danaro variava in base al valore ed alla dignità di chi commetteva il reato e di chi lo subiva.

Ciò evidenzia che in primo luogo la società longobarda fosse molto stratificata, ma anche come la posizione della donna che pur godeva di alcuni diritti, (es. di natura ereditaria in quanto poteva ereditare un intero regno poiché i longobardi non riconoscevano la lex Salica), era sottomessa ed in posizione subordinata rispetto all’uomo, (mundio longobardo che prevedeva un vero e proprio diritto di vita e di morte sulla donna sempre e comunque sui figli maschi fino al raggiungimento della maggiore età, cioè fino a quando non erano in grado di sostenere combattimenti in armi). L’autore40 nella sua approfondita analisi riesce anche a dimostrare come presso i Longobardi la donna godesse anche di suoi autonomi diritti : ad esempio quello della tertia conlaborationis che era costituita dalla terza parte di tutti i beni acquistati con il lavoro comune; la morghengabe stabilita da Liutprando che inizialmente prevedeva a matrimonio consumato e, quale premio per la verginità della donna, la donazione alla medesima della quarta parte dei beni del marito. Tale istituto venne poi a scemare trasformandosi in un dono puramente formale, ma rimase in vigore a Pianella (PE), ove i Longobardi si erano installati in Contrada S. Desiderio, fino al 1940.

Appare significativa   la differenza di pena per l’uxoricidio che se commesso dalla consorte verso il marito, avrebbe portato alla condanna a morte o alla lapidazione della donna; viceversa era punito con una pena pecuniaria se commesso dall’uomo. Una visuale simile al nostro penale (Codice Rocco) che, fino al 1981 qualificava l’assassinio commesso dalla moglie nei confronti del marito come omicidio, mentre l’uxoricidio commesso dal marito nei confronti della moglie veniva derubricato in “delitto d’onore”, poi abolito dalla legge n. 442 del 1981. Ben più pesante erano le sanzioni previste  nell’editto di Rotari, che comunque prevedeva delle forti pene pecuniarie che spesso erano troppo care per la maggior parte degli incolpati, per cui a carico degli uxoricidi che non riuscivano a pagare la sanzione ,  era prevista la pena dei lavori forzati .

Il prof. Morelli  documenta, in alcune pergamene dell’Archivio Diocesano di Penne  riferimenti ad istituti giuridici medievali  longobardi quali il mundualdo (cioè il titolare del mundio sulla donna) ed all’accordo di costui con lo sposo in base al quale il mundualdo si impegna a consegnare la sposa con il faderfio (cioè la dote ricevuta dal padre, si noti la radice father di diretta derivazione sassone), mentre lo sposo acquista il mundio pagando una somma al mundualdo (che può essere il padre della sposa ma anche parenti o la suocera).

Quindi vi era un negozio giuridico tra il mundualdo della sposa e lo sposo (meta) in base al quale vi era da parte di costoro la formale promessa della consegna della sposa (da parte del mundualdo con il faderfio = dote paterna) ed il pagamento da parte dello sposo  del prezzo convenuto (il meffio) per il mundio sulla donna; come si vede, nel diritto longobardo i negozi giuridici prevedevano sempre delle prestazioni corrispettive.

In sostanza i diritti della moglie sui beni del marito erano costituiti dal meta (promessa reciproca e formale promessa con effettiva consegna della sposa e pagamento del prezzo convenuto (meffio) e dal morghengabe o dono del mattino (che prevedeva , secondo le leggi codificate dal re Liutprando, la donazione da parte del marito alla moglie, una volta “consumato” il matrimonio, della quarta parte del proprio patrimonio .

ELEMENTI DI DIRITTO AGRARIO E DIRITTO LONGOBARDO

Un aspetto rilevante della legislazione longobarda ha riguardato istituti giuridici del diritto agrario, in quanto uno dei principali problemi dei Longobardi era quello di garantire:

a)  la coltivazione degli estesi possedimenti da loro conquistati;

b) garantirne il possesso in modo che potessero continuare ad essere coltivati evitando forme di dominio latifondistico improduttivo. A tale ultimo proposito il re Astolfo nel 754 d.C. Disciplinò l’istituto giuridico dell’usucapione. Questo istituto è antichissimo e risale al diritto romano primigenio. Il termine significa acquisto mediante possesso. La stessa legge delle XII tavole la prevedeva ed era di due anni per i fondi rustici e di 1 anno per le cose mobili.

Il diritto romano elaborò alcuni criteri atti a legittimare l’usucapione:

– la “giusta causa possidendi” (vale a dire l’esistenza di un rapporto giuridico atto a giustificare il possesso);

– la coscienza di non agire contro le leggi dell’onestà e di operare in buona fede e senza che il possesso della cosa venisse acquisito con violenza o in modo furtivo. L’usucapione o prescrizione acquisitiva si può definire “un modo per cui la proprietà si acquista mediante il possesso legalmente giustificato e continuato anche durante un periodo di tempo legale.” L’utilità pratica dell’usucapione era di fornire sicurezza al possessore e porre un limite al rinnovarsi delle contestazioni giudiziarie . Il diritto giustinianeo elaborò dei criteri per l’applicazione di codesto istituto:

– il possesso, la sua durata nel tempo;

– la capacità della cosa ad essere posseduta ;

– la giusta causa (il “titulus”, cioè un rapporto giuridico iniziale atto a giustificare il possesso);

– la buona fede.

Poiché l’usucapione era un modo di acquisto originario del dominio essa era applicabile solo ai fondi italici, mentre l’impero romano si era esteso a dismisura e sorgeva il problema di garantire i possessori delle terre conquistate al di fuori dell’Italia. In età imperiale venne introdotto l’istituto della “exceptio o praescriptio longi temporis o longae possessionis”. Questo istituto, derivato dal diritto greco, consisteva in un’eccezione concessa al possessore contro colui che rivendica la cosa quand’egli l’abbia posseduta per 10 anni tra presenti e 20 anni tra gli assenti.

 ENFITEUSI

Anche in questo caso, l’insediamento dei longobardi tramite la costituzione di una Fara posta in vicinanza di fiume o di sorgenti di acqua, garantiva lo sviluppo di attività di coltivazione, di allevamento del bestiame , attività di pascolo etc. I longobardi erano una popolazione guerriera e non coltivavano la terra, tutt’al più si dedicavano all’allevamento del bestiame. Per i Longobardi vi era la necessità di coltivare degli estesi domini, poiché la messa coltura delle terre garantiva autosufficienza economica. L’enfiteusi ha dei precedenti sia nel diritto romano che in quello ellenistico – orientale. Quanto al diritto romano il precedente più antico va rintracciato:

– nella possessio dell’ager publicus  che era costituito dai terreni dei popoli vinti. Questi terreni venivano assegnati ai privati (assignatio, ager assignatus) oppure venduti (ager quaestorius), oppure concessi alla libera occupazione dei cittadini dietro corrispettivo di 1/5 o 1/10 delle rendite (occupatio, agri occupatoris);

– nella locatio degli agri vectigales .

Questi erano terreni dello Stato non assegnati o venduti né abbandonati all’occupazione, ma dati in affitto per lo spazio di 100 anni o in perpetuo. In tal modo il locatario era sicuro del godimento indefinito del fondo corrispondendo il vectigal (poi sostituito dal canone). Con gli imperatori costantiniani scompare il vectigal, forse per le forti confische dei beni delle città e dei collegi sacerdotali da loro operate per favorire l’instaurazione del cristianesimo divenuta religione di Stato. In tal modo verso la fine dell’impero romano sorgono due istituti tra loro molto simili:

a) lo ius enphyteuticum;

b) lo ius perpetuum.

Lo ius enphyteuticum si applicava sui fundi rei privatae  principis (gli studiosi li individuano come facenti parte del patrimonio della corona, cioè dello Stato).

Lo ius perpetuum si applicava viceversa sui fundi patrimoniales (costituiti dal patrimonium principis o patrimonio della famiglia regnante).

Infine, sotto Giustiniano il vectigal viene sostituito dal canon e si ebbe la fusione tra l’ager vectigalis romano e l’enfiteusi di diritto ellenistico.

I Longobardi avevano portate delle diverse esigenze economiche poiché non coltivavano la terra e, quali nuovi conquistatori, avendo strappato la terra ai precedenti proprietari la facevano coltivare alle popolazioni sottomesse (romei = romani) determinando il recupero o l’invenzione di nuovi patti agrari poiché i Longobardi si trovavano a dover  affrontare e risolvere vari problemi di diritto agrario:

– quello del possesso delle terre abbandonate dai precedenti coloni;

– il problema del possesso delle terre del vecchio ager publicus;

– la coltivazione delle terre appartenenti ora al Demanio Regio Longobardo (anche qui poi bisognava distinguere tra i terreni facenti parte del patrimonio della corona e quelli facenti parte del patrimonium principis);

– la coltivazione delle terre appartenenti ai Ducati longobardi (anche qui bisognava distinguere tra le terre ottenute in concessione dal Demanio Regio e quelle del patrimonio ducale);

– la coltivazione degli estesi possedimenti delle abbazie e delle chiese (anche qui bisognava distinguere tra fondi ottenuti in concessione dal Demanio Regio, fondi ottenuti in donazione dal Demanio Regio o dalla Corona Ducale che, comunque, divenivano res propria, terreni propri, fondi trasmessi da privati per testamento o per donazione, acquisti per compravendita etc.;

– la coltivazione degli estesi domini di proprietà privata (fondi acquistati per compravendita, eredità, donazione o conquista).

Come già detto, si operò una fusione tra istituti del diritto giustinianeo e gli usi longobardi. Le terre del Demanio Reale Longobardo comprendevano anche i possedimenti dei monasteri e delle chiese.

Questi terreni venivano donati dal Demanio reale alle abbazie o concessi alle grandi famiglie nobiliari e di proprietari terrieri con contratti di enfiteusi in perpetuo o per moltissimi anni (normalmente 29 anni), in modo da far sì che il diritto reale fosse trasmissibile per successione che vi fosse l’obbligo di coltivare e migliorare il fondo in cambio di una prestazione in denaro o in derrate verso una persona detta concedente e rappresentante il dominio diretto. Del resto la Corona  incentivava l’uso dell’enfiteusi in quanto riteneva che fosse un buon mezzo per la coltivazione delle terre: pertanto, effettuava estese donazioni alle abbazie, le quali a loro volta concedevano in enfiteusi per 29 anni (o per tre generazioni) a grandi famiglie di possidenti, molti terreni in cambio di un canone annuo. Queste grandi famiglie poi concedevano le terre a coltivatori (aldii, semiliberi), cioè lavoratori dei terre altrui, detti terziatori con prestazione di mezzaindo e quartarolo. Specie i piccoli coloni furono, in tal modo resi tributari degli hospites longobardi  perché a costoro pagassero la terza parte del raccolto (fiungum).  In tal modo l’enfiteuta si ritrovava ad avere la signoria su un fondo altrui con l’obbligo di miglioramento del fondo e del pagamento del canone annuo al proprietario. Come si vede da quanto detto in precedenza il proprietario concedente era garantito solo verso i piccoli coloni affittuari mentre scoppiavano grandi contenziosi tra i Monasteri proprietari di estesi latifondi (ricevuti spesso in donazione dal Demanio regio) e le grandi famiglie usufruttuarie. Il contratto di enfiteusi si stipulava solo tra uomini liberi.  Ad es. il prof. Morelli individua una serie di documenti nei quali a volte la causa sottostante alla stipula  di contratti di enfiteusi (o meglio a livello) per 29 anni è data dalla coltivazione o da migliorie da apportare ai fondi di proprietà del concedente, il quale in cambio   riceveva una controprestazione annuale in denaro (canone). Ne abbiamo già avuto un esempio a proposito dei figli del “quondam Maione” grande proprietario longobardo stanziatosi ad Aterno, che ricevettero in sub-enfiteusi dall’abate Giovanni III del monastero di S. Giovanni al Volturno svariati terreni nel contado di Penne. Altre volte il contratto di enfiteusi o sub-enfiteusi viene stipulato, sempre tra uomini liberi, per rimborsare eventuali creditori delle abbazie. In tal modo si otteneva l’estinzione del debito contratto , ci si assicurava la coltivazione di terreni che magari sarebbe stato difficile coltivare o difendere, (viste le crescenti mire dei signorotti locali), e si otteneva in cambio un canone annuo e, comunque una miglioria dei fondi. I terreni venivano ceduti con contratti “a livello” . In origine con tale termine si indicava il documento (il “libellum”, il documento, l’atto scritto,) col quale il proprietario di un fondo (sia esso comprensivo o no di una o più case), concedeva a qualcuno il possesso di tale fondo contro il pagamento periodico di una quota parte dei prodotti del fondo o degli animali. Quindi i livelli, i patti , stavano ad indicare gli obblighi stipulati in base ai vari contratti, fossero essi di enfiteusi o di colonia parziaria o di soccida (quest’ultimo avendo ad oggetto non un fondo ma l’allevamento del bestiame). Il “livello” é previsto anche in altri contratti agrari come la colonia parziaria o la soccida,  quindi questo termine nel corso dei secoli ha anche assunto come significato quello di fare riferimento alle prestazioni dovute dai possessori dei fondi in base ad antiche consuetudini, come riserva dell’antico dominio del concedente. Questa situazione si è protratta nel corso dei secoli con varie dominazioni che si succedevano ed il verificarsi di occupazioni abusive magari di fondi appartenenti agli usi civici dei comuni. Pertanto, non sono rari i casi di soggetti che si sono visti improvvisamente recapitare cartelle esattoriali da Comuni che, agendo in base a leggi regionali sugli usi civici , (cartelle emesse da  Comuni magari delle province di Pescara e Chieti), che per far “cassa”, avevano pensato bene di richiedere il pagamento del canone enfiteutico senza effettuare la prevista ricognizione del diritto prima della scadenza ventennale; e quindi non avevano evitato l’usucapione perdendo così il diritto ad incassare dette somme. In tal caso la notificata richiesta del pagamento del canone enfiteutico va impugnata in sede ordinaria presso il Tribunale civile competente per territorio. Era successo che il nostro legislatore, onde regolarizzare il fenomeno delle occupazioni abusive delle terre soggette ad usi civici dei comuni, (appartenenti cioè al demanio civico), aveva negli articoli 9 e 10 della legge 16 giugno 1927 n. 1766 concesso la regolarizzazione delle occupazioni abusive di fondi appartenenti agli usi civici dei Comuni ed altre collettività, mediante la corresponsione di un canone annuale, instaurando di fatto un rapporto enfiteutico avente natura esclusivamente privatistica. Questo rapporto ha conferito al destinatario la titolarità di un diritto soggettivo perfetto di proprietà e possesso (Cassazione sezione civile, sezione II, 23 giugno 1993, sentenza 6940, e Cassazione sezioni unite civili, 8 agosto 1995, sentenza 8673). Il decreto di regolarizzazione delle occupazioni, emesso dal Ministero di Grazia e Giustizia, non veniva trascritto nei registri immobiliari perché esso divenne un obbligo generalizzato solo a seguito dell’entrata in vigore del Codice Civile del 1942 disposto con legge nazionale: regio decreto 16 marzo 1942, n. 262 – approvazione del Codice civile, Gazzetta ufficiale n. 79/1942. Il Codice prevedeva l’enfiteusi all’art. 969 e seg. . Con l’art. 9 della legge n. 1138/1970 l’enfiteuta ha il diritto di affrancare l’obbligo di debenza del canone (previsto dall’art. 971 c.c.) con le modalità previste dal predetto art. 9 L. n. 1138/1970. Con l’affrancazione, infatti, non si trasferisce la proprietà del fondo, ma semplicemente si fa venir meno la debenza del canone, (vedi Avvocatura generale dello Stato, nota CS/2749/2002, del 15 gennaio 2004). Il che sta a significare che se il canone non sia stato versato per oltre 20 anni, ed il concedente, ai sensi dell’art. 969 c.c non abbia esercitato la ricognizione del proprio diritto entro il diciannovesimo anno, l’obbligo di debenza del canone si affranca per usucapione. L’usucapione d’altronde deve essere riconosciuta da una sentenza del Tribunale civile, che costituisce il titolo per la trascrizione presso la Conservatoria dei registri immobiliari, ai sensi dell’art. 2651 del Codice civile. Naturalmente in questo caso ci si trova di fronte ad una specie di “probatio diabolica” poiché si dovrà citare come testimone il proprietario precedente del fondo che, a sua volta, dovrà affermare la mancata richiesta del pagamento del canone da parte del concedente per oltre 20 anni, in modo da provare l’assenza della ricognizione dei diritti del concedente che deve essere esercitata un anno prima della scadenza (art. 2720 c.c.). Una copia della sentenza dovrà poi essere allegata alla domanda di voltura da presentare all’ufficio provinciale dell’agenzia del Territorio (oggi Agenzia delle Entrate), onde ottenere la cancellazione del nominativo del concedente dall’intestazione catastale. Come si vede le vicende che hanno attraversato questo istituto giuridico sono bimillenarie.

COLONIA PARZIARIA

Anticamente il contratto di colonia parziaria, era un tipo di contratto che il padrone (concedente), già livellario di un contratto di enfiteusi o di sub enfiteusi, stipulava con un colono (chiamato terziatore), in base al quale al colono spettava 1/3 del raccolto (terzeria), mentre al concedente ne spettavano i 2/3. Questi a sua volta tratteneva un terzo per sé ed utilizzava il terzo residuo per pagare il tomolario o canone enfiteutico che il proprietario doveva versare al legittimo concedente45. Attualmente la colonia parziaria è il contratto con il quale il concedente ed il colono (uno o più) si associano per dar vita ad una gestione comune del fondo e delle attività allo stesso connesse, al fine di dividerne gli utili (art. 2164 c.c.). La ripartizione della produzione è del 60 % al colono e del 40 % al concedente quando le spese vengono divise al 50 % . Il legislatore ha poi approvato la legge del 3 maggio 1982 n. 203 modificata dalla legge n. 29/1990 che dispone la conversione dei contratti agrari associativi in affitto . Ciò ha messo sostanzialmente sullo stesso piano la mezzadria e la colonia parziaria.

MEZZADRIA

E’ quel contratto con cui il concedente e mezzadro si associano, dando vita ad una gestione in comune del podere e delle attività connesse ala coltivazione dello stesso, al fine di dividerne i prodotti e gli utili (art. 2141 c.c.). In questo caso la ripartizione delle partecipazioni viene stabilita dalla L. n. 756/1964 e precisamente  42% a favore del concedente e 58% a favore del mezzadro. Inoltre, si prevede una maggiorazione in caso di mancata conversione in affitto (art. 37 della legge n. 203/1982). Come detto la tendenza attuale del legislatore è quello di favorire l’affitto , tanto che l’art. 3 dellalegge del 15/09/1964 n. 756 vietava a pena di nullità la stipula di nuovi contratti di mezzadria .

Sia la mezzadria che la colonia parziaria sono contratti consensuali che si perfezionano al momento dell’incontro dei due consensi ma producono effetti solo nel momento in cui viene esercitata l’impresa. L’elemento in comune è dato dall’esercizio in comune dell’impresa agricola. Nella mezzadria vi è una oculata organizzazione del fondo, la predisposizione di strutture organizzate aziendali ed il lavoro che deve provenire anche dalla famiglia colonica che doveva insediarsi sul fondo stesso. Nell’attuale colonia parziaria difetta il requisito dell’organizzazione, in quanto il colono si impegna unicamente ad una prestazione di lavoro. Non vi è dubbio che la mezzadria ha maggiori punti di contatto con gli antichi istituti longobardi e che questi abbiano operato una sorta di fusione tra i due istituti giuridici.

 SOCCIDA

L’attuale contratto di soccida viene definito dall’art. 2170 del codice civile come il contratto nel quale il soccidante ed il soccidario si associano per l’allevamento e lo sfruttamento di una certa quantità di bestiame e per l’esercizio delle attività connesse, al fine di ripartire l’accrescimento del bestiame e gli altri prodotti e utili che ne derivano. Questo tipo di contratto che si inquadra nei contratti agrari associativi costitutivi d’impresa, si caratterizza per avere ad oggetto non il fondo rustico ma il bestiame. Le parti del contratto sono il soccidante che è tenuto al conferimento del bestiame,il soccidario che è tenuto al conferimento della prestazione lavorativa, effettuata eventualmente anche con la collaborazione dei propri familiari (vedi art. 230 bis c.c sull’impresa familiare) o di terzi estranei, la cui assunzione deve essere fatta col consenso del soccidante anche quando secondo la convenzione o gli usi la relativa spesa è posta a carico del soccidario. L’art. 2172 c.c fissa in tre anni la durata minima del contratto e dispone anche una rinnovazione tacita del contratto in assenza di una disdetta delle parti. Il soccidante in tal modo attribuisce al soccidario il potere – dovere di curare il bestiame, ma si riserva un potere di direzione dell’impresa che si estrinseca nella facoltà di impartire direttive ed obiettivi generali. Si distinguono tre tipi di soccida:

– la soccida semplice , nella quale il bestiame viene conferito interamente dal soccidante, il quale ne conserva la titolarità per tutta la durata del contratto, assumendosene anche il rischio dovuto al perimento od alla diminuzione di valore;

– la soccida parziaria, nella quale il bestiame viene conferito da entrambi i contraenti; di conseguenza la titolarità spetta ad entrambi anche per il rischio del perimento o della diminuzione del valore;

–  la soccida con conferimento di pascolo, nella quale il soccidante è tenuto a conferire il fondo, mentre il soccidario è tenuto a conferire il bestiame e la propria prestazione lavorativa.

L’art. 25 della legge n. 203/1982 ha stabilito la convertibilità in affitto sia delle due soccide con conferimento di pascolo che di quelle parziarie quando l’apporto di bestiame da parte del soccidante sia inferiore del 20% del valore dell’intero bestiame conferito. Come si vede la tendenza attuale è quella di sostituire questi contratti con l’affitto o di prevedere l’esercizio collettivo dell’impresa agricola svolta attraverso le cooperative agricole.

Tracce della loro presenza dei Longobardi sono state riscontrate anche nelle abitazioni. Infatti, al tempo dell’insediamento longobardo, le popolazioni meno abbienti , in particolare i massari, i servi ed i semiliberi romani vivevano nelle pallearicia, cioè in case fatte di paglia ed argilla impastata e fatta seccare al sole , dette anche pagliare o pengiare. Questo termine è ancora utilizzato dagli anziani presenti nelle aree rurali specie del comune di Ortona (CH) . E’ sorprendente come tali modi di costruire case si siano conservati fin quasi ai nostri giorni e siano presenti nel territorio di Cepagatti (21 case), Collecorvino (5), Loreto Aprutino (4), Manoppello (92), Moscufo (12), Pianella (32), Picciano (3), Rosciano (1), Serramonacesca (28), Spoltore (6), Turrivalignani (45). L’area senza dubbio più interessante è senza dubbio quella tra Manoppello, Serramonacesca e Turrivalignani. Interessante appaiono le modalità di costruzione: la tecnica è chiamata del “massone”, vale a dire creazione di pani di fango misto a paglia, il tutto ben amalgamato e sovrapposto fino a formare mura spesse 60 o 80 centimetri con pareti fino a sei metri di altezza. Le superfici vengono uniformate con la zappetta. Una volta essiccate le pareti all’interno sono imbiancate con calce e sabbia di fiume o di cava. Le case sono poste normalmente alla sommità di un crinale o di un poggio per avere la migliore illuminazione e visibilità del podere. Vi sono anche dei begli aggregati di case sparse anche presso strade vicinali, ed alcune sono tuttora visitabili come a Serramonacesca,, località San Ienno, San Gennaro, Colle Serra, a Manoppello, località Case Ferrante, Ripacorbaria, San Callisto ed a Turrivalignani in Contrada Cugnoli e Belvedere.

Il diritto longobardo si affermò dalla Toscana alla Puglia e fu oggetto di studio nel XII secolo. Come Accursio fu il principe dei glossatori per il diritto romano, Carlo da Tocco lo fu per il diritto longobardo. Egli nacque attorno al 1160 a Tocco di Caudio (in provincia di Benevento) ove era il castello di Tocco appartenente alla sua famiglia. Secondo altri sarebbe nato  a Tocco da Casauria da famiglia nobile (I Tocco appunto), che annoverava tra i suoi componenti vari uomini di legge. Si riscontra un Tocco  giudice della Gran Curia di Napoli, un Bartolomeo da Tocco fu vescovo di Sulmona e molto esperto in diritto, un Marino da Tocco fu vescovo di Chieti). Di sicuro ebbe un’ottima conoscenza del diritto beneventano le cui glosse furono elaborate presso la corte del Ducato di Benevento il che  fa propendere per la nascita e/o formazione presso Tocco di Caudio. Egli è citato come professore di diritto civile in Bologna nel 1189 e successivamente nello studio di Piacenza. Successivamente tornò a Napoli. Il merito di Carlo da Tocco fu quello di aver elaborato un corpus iuris delle leggi longobarde e di averle inquadrate negli schemi del diritto romano, con delle indicazioni anche per il diritto consuetudinario del tempo. Egli , in sostanza elaborò un sistema normativo prevalentemente basato sui testi giustinianei ritenuti leggi generali e comuni. All’interno di questo sistema giuridico di diritto positivo trovano applicazione il diritto canonico ed i vari diritti particolari: quello feudale, quello longobardo e franco, la “Consuetudo Regni” (del regno di Napoli) e le consuetudini locali proprie dei regni di Pavia, Spoleto e Benevento. La più antica opera che riprende le glosse di Carlo da Tocco è ricompresa in un Codice Cassinense, scritta con scrittura beneventana e si chiama : “Lombardia ex Codice Casinense – Lombardia Vulgata”46, un’edizione più recente è quella del 1537. Le leges Langobardorum continuarono ad influenzare il diritto specie nelle province meridionali. La lingua longobarda è scomparsa ma molti elementi della loro influenza sono rintracciabili, nella religione , nell’arte etc.

Specie nell’arte il prof. Morelli individua una serie di analogie stilistiche tra l’arte e l’architettura longobarda espressa nel duomo di Cividale del Friuli e varie chiese abruzzesi in cui si notano simili elementi espressi negli stipiti, capitelli, ambone , lastre tombali etc. . L’arte longobarda iniziò a svilupparsi dalla conversione in massa al cattolicesimo avvenuto nel VII secolo grazie alla regina Teodolinda. Anche in Abruzzo come nel resto d’Italia dominato dai longobardi le prime opere religiose significative si ebbero nella seconda metà del VIII secolo quando si realizza la fusione con le popolazioni locali. L’arte longobarda si caratterizza per testimonianze scultoree (es. visi a goccia schiacciati e senza profondità, la decorazione degli archivolti). Le fonti di ispirazione fanno riferimento alla tradizione classica e bizantina (es. l’ornamentazione vegetale, ma anche animale come la scimmia, il pesce, il pavone) e l’arte germanica, con il suo repertorio zoomorfo (rettili, leoni , draghi). Anche la tradizione nordica con tessiture , nastri ed intrecci lascia un chiaro segno nell’arte longobarda. Le medesime influenze si rivelano anche nell’oreficeria come testimoniano i ritrovamenti di Castel Trosino, Nocera Umbra, Parma etc. Queste decorazioni  contraddistinguono pannelli murari, capitelli, amboni , stipiti di portali , monofore etc. . Prevalgono le figure geometriche, stilizzate e rigide. Gli arti sono spesso sproporzionati,  i visi denotano piattezza e staticità, gli occhi sono grandi e circolari, i capelli divisi, la barba triangolare . L’autore49 individua molte analogie tra la figura del santo presente alla base della colonna di S. Maria delle Grazie di Civitaquana con le raffigurazioni dell’altare marmoreo di Rachis nel duomo di Cividale del Friuli, ma anche con l’angelo a sei ali, un capitello con figure paludate e un pannello raffigurante S. Giorgio di S. Maria del Lago a Moscufo, o con il S. Michele raffigurato e la cattedra abbaziale , o l’ambone con i fregi le decorazioni ed il fiore di vita presenti nella chiesa di S. Maria  Assunta di Bominaco.

Un breve discorso a parte merita il culto di S. Michele il cui nome significa “Chi è come Dio?”. La sua figura ricorre nel libro di Daniele, nella lettera di Giuda e nell’Apocalisse. L’iconografia che dipende dall’Apocalisse lo raffigura alato, vestito di armatura e con la spada con cui sconfigge Satana. La sua festa liturgica è contenuta nei sacramentari Gelasiano e Gregoriano e la data viene fissata al 29 Settembre. In Abruzzo tale culto è diffusissimo specie in ambito pastorale. L’origine di tale ricorrenza può essere ricondotta all’anno 663 d.C quando i Longobardi sconfissero i Saraceni presso il Monte Gargano (S. Angelo) ed ascrissero la vittoria all’intercessione di S. Michele e vi fu edificato un santuario a lui dedicato. Questa ipotesi sembra assai più plausibile rispetto a quella di altri autori che fanno un generico riferimento alla sostituzione da parte dei Longobardi di divinità nordiche,  (nella specie Thor figlio di Odino con figure della cristianità). Altra ipotesi coltivata da alcuni autori è che in ambito pastorale vi sarebbe stata la sostituzione della figura mitologica di Ercole, molto sentita in Abruzzo, con quella cristiana del forte guerriero S. Michele. Semmai è da ribadire la tesi già affermata in precedenza: la preziosa vittoria ottenuta contro i Saraceni fece sì che i Longobardi eressero il santo a loro protettore. Da qui la diffusione del culto in Abruzzo, ulteriormente incentivato dalla transumanza pastorale visto che il Monte Gargano col suo santuario dedicato a S. Michele era una delle tappe della migrazione annuale degli ovini.

 Altri artisti vennero dall’Esarcato di Ravenna, ed altri ancora , sempre di scuola bizantina vennero dal Lazio (es. i maestri comacini), altri ancora probabilmente si erano formati in ambito locale specie attorno al lago del Fucino grazie alla lunga permanenza dei Bizantini in territori, ma anche alle committenze ottenute da chiese, abbazie e grandi famiglie longobarde. Altri artisti potevano venire da Roma, gli stessi maestri comacini sono citati nell’editto di Rotari, altri ancora  dal Beneventano .  Vi è , infatti, da sottolineare come furono le stesse travagliate vicende storiche dal 568 fino al 1054 d.C (quando i due ducati di Spoleto e Benevento unitamente alla Marca Firmana e di Ancona e di Camerino furono riunite sotto il potere della Chiesa), ad essere caratterizzate da continue lotte intestine tra i Longobardi . Con l’avvento dei Franchi si verificarono dei  continui conflitti tra i due ducati, tra il Ducato di Benevento ed i vari imperatori discendenti di Carlo Magno. Vi è da considerare come spessissimo i principi beneventani e di Capua si alleassero strumentalmente con i Bizantini e persino con gli Arabi pur di mantenere il potere e l’autonomia dai Franchi o dalla Chiesa. Queste vicende favorirono la penetrazione di influssi artistici dei Bizantini ma anche degli Arabi . Non si dimentichi che il principe Radelchi di Benevento (843 – 853) e poi suo figlio Adelchi si allearono con gli Arabi, tanto che Adelchi ebbe al suo servizio milizie arabe di cui perse il controllo e che seminarono terrore e morte nell’Abruzzo ed in Molise. Nel 871 dC. Adelchi con l’aiuto degli Arabi fece prigioniero lo stesso imperatore Ludovico II. Questo episodio e la sua successiva liberazione ha una grande importanza per l’Abruzzo perché a seguito dello scampato pericolo, l’imperatore Ludovico II comprò da un nobile locale appartenente alla nobiltà militare (Sisenando), un’isoletta sul fiume Pescara, ove fece edificare l’Abbazia di S. Clemente a Casauria.  Senza dubbio, i traffici, i collegamenti e la varietà del materiale rinvenuto, fa sì che lo studio stimoli un ripensamento sulla datazione e sulla classificazione dei vari elementi architettonici di arte longobarda .

  E’ da ribadire, inoltre,  che nel periodo attorno al 878 d.C si svilupparono forti legami tra il ducato di Benevento ed i Bizantini e gli Arabi che detenevano Bari, Taranto , Otranto ed altre città costiere della Puglia meridionale ed avevano minacciato la stessa Roma. Influssi arabi e bizantini sono stati notati secondo il prof. Morelli in S. Maria Maggiore in Pianella (con influssi anche dei Franchi, poiché si narra che ivi fossero sepolte le spoglie di alcuni Paladini). Stessi influssi artistici : longobardi, bizantini ed arabi sarebbero presenti anche in S. Maria del Lago in Moscufo che possono essere spiegati proprio dagli stretti contatti che il ducato di Benevento intratteneva con il modo arabo e bizantino .

Come detto, restarono bizantini i presidi lungo la costa : Aternum come anche Ortona , S. Giovanni in Venere e Vasto continuarono a resistere fino alla metà del VII secolo (Vasto presenta tracce dell’assetto bizantino fino al XI secolo secondo l’archeologo A. Staffa. L’occupazione della costa teatina avvenne a seguito della fallita impresa bellica dell’imperatore d’Oriente Costante II il quale , dopo essere sbarcato in Italia ed aver espugnato Bari, decise di attaccare il Ducato di Benevento che era rimasta sguarnita, in quanto il Duca Grimoaldo era divenuto re dei Longobardi ed era andato a Pavia con il suo esercito per prendere possesso del regno facendo Duca di Benevento suo figlio Romualdo. L’imperatore Costante II avrebbe sicuramente conquistato anche Benevento se Grimoaldo non fosse rientrato dal nord con il suo esercito di 30.000 uomini respingendo l’imperatore. Questa circostanza fece sì che al ritorno della vittoriosa spedizione contro l’imperatore Costante II espugnasse quasi senza combattere le varie enclavi bizantine lungo la costa chietina . Solo Pescara cadde sul finire del VII secolo . I Longobardi  procedettero anche ad una rioccupazione sistematica di quelli che erano stati i capisaldi della presenza bizantina sul territorio, essi istituirono sette gastaldati: Marsica, Valva, Amiternum, Forcona, Aprutium, Pinne, Teate.

Un altro aspetto da molti sottaciuto è che i Longobardi da popolo nomade divennero una popolazione stanziale che sviluppò un’influenza determinante specie in Abruzzo, le cui tracce sono ancora presenti. Per la prima volta l’Abruzzo venne definito da un punto di vista amministrativo con i confini attuali dal fiume Trigno al fiume Tronto. Era accaduto che i Longobardi con la creazione dei sette gastaldati avessero ad un tempo dato una precisa fisionomia geografica ed amministrativa di quella che sarebbe divenuta la Regione Abruzzo. Si pensa comunemente che con l’801 – 802 con la venuta dei Franchi i Longobardi fossero spazzati via. In realtà essi si limitarono a giurare fedeltà al nuovo signore (Carlo Magno). I confini tra il ducato di Benevento e quello di Spoleto (che nel frattempo era divenuto un ducato vassallo dei Franchi) erano rimasti invariati ed erano costituiti dal fiume Pescara. Fu Pipino , figlio di Carlo Magno che nel 802 d.C espugnò Chieti e portò i confini dell’impero fino al fiume Trigno. Anche se potrebbe sembrare che la ripartizione territoriale tra i due ducati fosse definita, in realtà le vicende storiche dei due ducati di Spoleto e Benevento furono molto travagliate sin dalla prima conquista longobarda. Per vedere riuniti i due ducati sotto un unico dominio bisognerà aspettare fino al 1054 quando l’imperatore Enrico II il Nero (1046 – 1056) cedette al Papa Leone IX (1049 – 1054) la signoria di Benevento vicarationis gratia  e successivamente a Vittore II, dopo il 1054, cedette il ducato di Spoleto e la Marca di Camerino (e di Ancona). In tal modo i possessi della Chiesa si estesero fino a tutta l’Italia Centrale meridionale e Centro settentrionale. Le vicende  Lo studio di A. Staffa mette in evidenza che vi è una sorte diversa tra quei centri che,  nella prima fase della conquista longobarda si trovarono ad essere sulla linea di confine tra Longobardi e Bizantini (attestatisi a Pescara Ortona e Vasto),  e che risentirono fortemente di questo conflitto e persero il ruolo sino ad allora detenuto, (a nord di Pescara Hatria, Angulum – Città S. Angelo, Colle Fiorano di Loreto Aprutino, ma anche nell’aquilano le città di :  Amiternum, Aufinum, Aveia, Alba Fucens, Peltuinum e Marruvium ), rispetto a questi centri bizantini (Pescara, Ortona e Vasto) che, proprio per aver goduto della protezione delle milizie imperiali fino al VII secolo, ebbero il vantaggio di poter conservare abbastanza bene l’assetto urbano ed amministrativo. La città di Pescara fu conquistata come detto dai Longobardi del ducato di Benevento nell’ambito della guerra tra Grimoaldo II contro i bizantini (646 – 671 d.C.)[1]. A. Staffa evidenzia come la conquista non dovette essere cruenta[2] poiché ai Longobardi stava a cuore il centro portuale che doveva stare a difesa del confine del ducato che rimase sul fiume Pescara fino alla conquista franca dell’801 d.C. . L’abitato era andato a restringersi a seguito dell’abbandono delle strutture murarie non più agibili e delle demolizioni effettuate che venivano affiancate da case costituite da telai lignei con farcitura di argilla cruda e pietrame[3]. L’azione di erosione del fiume che spostò il suo corso verso Sud nei pressi dell’area del Ponte D’Annunzio determinò un ulteriore spostamento dell’abitato che andò verosimilmente ad occupare il settore centrale dell’antico abitato. Nel frattempo si nota per la prima volta il cambiamento del nome del fiume da Aterno in Pescara. Le notizie al riguardo ci vengono fornite da Paolo Diacono che, nel 787 d.C. nella sua “Storia dei Longobardi”  indicò nel fiume Pescara il confine tra il Piceno ed il Sannio [4], usando per la prima volta il termine Piscaria. Al tempo dei Longobardi gran parte dell’Abruzzo era sostanzialmente ricompreso in tre contee: Chieti,  Teramo, e Penne che aveva assorbito la contea Atriana, mentre il resto dell’Abruzzo era amministrato da comitati che facevano riferimento ai gastaldati già citati e che comunque avevano un minor peso politico. Il baricentro politico ed amministrativo tendeva a spostarsi nella contea di Chieti che, con la dinastia degli Attonidi, nei fatti dominava dal fiume  Trigno a Vasto  al fiume Tronto. Per restare in tema di fiumi il termine Piscaria viene riferito al fiume anche in un diploma[5]attribuito a Desiderio (756 – 774) avente ad oggetto il monastero di S. Pietro in Trite (S. Pietro ad Oratorium). In esso vengono descritti i beni concessi dal re al monastero che arrivavano al fiume Piscarie[6].  Sembrerebbe che fosse intento del re Longobardo Desiderio e poi dei Conti di Chieti, nonché dei re ed imperatori Franchi quella di creare una zona cuscinetto  a cavallo del fiume Pescara, attraverso la concessione di estesi territori alle abbazie della zona: S. Pietro ad Oratorium, S. Liberatore a Maiella, S. Clemente a Casauria. Ciò sia per diminuire le dispute territoriali di confine tra i due ducati di Spoleto e Benevento , ma anche nella convinzione che l’amministrazione territoriale delle abbazie fosse migliore di quella dei feudatari ed assicurasse una maggiore prosperità economica alle aree loro soggette, quindi eventuali maggiori rendite fiscali per il Conte o il Duca, qualora in un futuro prossimo avessero ottenuto dagli enti ecclesiastici quei terreni  in enfiteusi . Infatti, quando questi  beni divenivano troppo estesi per poter essere controllati direttamente come accadeva di sovente, venivano concessi in enfiteusi dagli enti ecclesiastici ai signori locali. A tal proposito vi è chi evidenzia come i Longobardi non avendo un forte stato centrale con un numeroso apparato amministrativo da mantenere, non avessero bisogno di forti entrate per sostenere lo Stato, tanto da non avere un’imposta patrimoniale[7]. Una minore imposizione fiscale, unita alla forte autonomia di cui godevano gli estesi ducati, possono far supporre che potessero essere favoriti dei meccanismi di accumulo di ricchezza e di capitali, uniti alla presenza di vari gruppi di uomini “liberi” longobardi non soggetti alla signoria di alcuno e divenuti  proprietari terrieri a seguito delle acquisizioni del VII secolo. L’esempio di Maione di nobile famiglia longobarda che aveva fissato la sua dimora in Pescara ci pare interessante proprio per verificare la presenza in Piscaria di un piccolo ceto di uomini “liberi”, piccoli proprietari che avevano l’uso della Silva Sambuceti  che potrebbe far riferimento a gruppi longobardi. Comunque anche se i ducati avevano una loro estesa autonomia essi stessi ponevano in essere un attento controllo del territorio attraverso i Gastaldi. Questi erano funzionari giudici – notai  che svolgevano compiti amministrativi  per conto del Conte (o del Duca), sbrigavano compiti di ordinaria e straordinaria amministrazione, piccola giustizia, la leva ed anche quella del controllo del traffico commerciale di una certa area. Pescara con tutta probabilità fu sede di gastaldato[8] anche se “itinerante” in quanto il gastaldo si spostava tra Pescara e Chieti per risolvere le controversie. Anche dopo la conquista ad opera dei Franchi con Pipino (801-802 d.C.) le strutture amministrative dei Longobardi non scomparvero, ma si limitarono ad adeguarsi ed a giurare fedeltà al nuovo signore. Il fiume Trigno divenne il confine tra il Ducato di Spoleto (annesso da Carlo Magno) ed il Ducato di Benevento (ancora autonomo),mentre prima il confine tra questi due ducati passava per il fiume Pescara. Aternum o meglio Piscaria, unitamente alla  contea di Chieti, (che arrivava fino al fiume Trigno). Questa ora era stata annessa al Ducato di Spoleto; ed è in questo periodo che  comincia ad emergere la famiglia degli Attonidi, potente famiglia di origine longobarda con estese proprietà nella contea teatina . Nel 983, l’Imperatore  Ottone II pose Trasmondo degli Attonidi di Chieti a capo del Ducato di Spoleto[9]. Essi continuarono ad esercitare il loro potere, vera     autarchia comitale  fino alla conquista normanna, riferendosi  nei loro decreti non solo a quelli dei re Franchi , ma anche a quelli dei re Longobardi.  E’ sintomatico che Moscufo viene nominata come sede di Gastaldia ancora  nel 1219 a proposito di un tale Goffredo, gastaldo di Moscufo. Pescara al tempo dei Longobardi non dovette passarsela molto bene:  prova ne sia le tracce di umili capanne dell’epoca rinvenute negli scavi in Via delle Caserme, grazie all’opera dell’archeologo A. Staffa. Un altro fenomeno da approfondire, acutamente messo in rilievo dallo studioso testé citato è quello per cui si assiste, nel IX secolo d.C.   a frequenti donazioni di possedimenti a favore delle abbazie, da parte di grandi famiglie longobarde, che a seguito della conquista del VII secolo avevano acquisito estesissimi territori.

Si nota, come a partire dal 774 d.C. (caduta del regno d’Italia di Desiderio re dei Longobardi), le grandi famiglie longobarde proprietarie di estesi domini, abbiano iniziato ad intessere dei rapporti sempre più stretti con il potere ecclesiastico, effettuando in favore delle abbazie, (Montecassino in particolare), delle cospicue donazioni, ed ottenendo in cambio una forte protezione politica nei confronti dei nuovi poteri che si andavano organizzando.  Già il duca di Spoleto Ildebrando , nella seconda metà del sec. VIII aveva fatto svariate donazioni di varie terre nel contado di Penne e nella Marsica. Intorno al 870 d.C. la contessa Isegarda donò all’Abbazia di Montecassino vari beni e chiese del chietino, tra cui anche la chiesa di S.S. Salvatore di Aterno, con la possibilità di incassare la metà degli introiti fiscali del porto[10]. Troviamo sempre più spesso rapporti di parentela tra esponenti religiosi e grande aristocrazia longobarda, una grande alleanza finalizzata al controllo del territorio con una reciproco vantaggio economico. Questo fenomeno si accompagna anche ad un mutamento dei riti funerari da parte dei longobardi che si vanno “cristianizzando”: quindi non più sepolture con corredo, ma tipologie funerarie monumentali, oppure il seppellimento di più inumati in una stessa sepoltura[11]. Un ulteriore esempio tra i vari ci perviene dalle fonti cassinesi[12] che ci forniscono notizie sulla Chiesa cassinese di S. Silvestro in località Orni di Canosa Sannita (vicino Crecchio). Fra le pertinenze della predetta chiesa sono menzionate alla metà del nono secolo la “Fara que dicitur Biana e la fara Maionis”  che dovevano trovarsi nelle vicinanze dell’abitato. Ma la vera notizia è un’altra: il proprietario di queste Fare era un certo Maione da Pescara (Maio de Piscaria[13]), grande proprietario longobardo, fratello del preposito di S. Liberatore a Majella Poterico. Questi era vissuto tra la fine dell’ottavo secolo e la metà del nono secolo. Le fonti cassinesi ci parlano dell’ampiezza della Fara che aveva preso il suo nome e di tutte le sue Fare pari 5 per un totale di 5.800 moggi di terra (quasi 2.900 ettari), che ben presto si consolidò in una compatta curtis. Sempre in riferimento a Maione, il prof. Vittorio Morelli [14] dalle cronache del Monastero di S. Giovanni al Volturno, di chiara influenza longobarda, individua un documento nel quale :

“Giovanni, Amezzo, Ildebrando e Maione, figli del “quondam” Maione e Ugo del “quondam” Leuteri, ricevettero da Giovanni III abate di S. Vincenzo al Volturno a livello per 29 anni le terre monastiche situate nel contado di Penne” e cioé 40 moggi in località Bubeta, con la chiesa di S. Pietro, 50 moggi in località Carpenone per la corrisposta annua di 3 soldi da pagarsi all’abate ed al prevosto di S. Maria in Musano”.  Il caso di Maione, fratello di Poderico, preposito di S. Liberatore a Majella, indica anche gli stretti rapporti esistenti esistenti tra i longobardi e l’abbazia di Montecassino quindi con i Benedettini e di come attraverso un esame dell’articolazione del patrimonio cassinese si vadano ad evidenziare testimonianze dell’insediamento dei Longobardi di Benevento nel Chietino. Si consideri da ultimo che il monastero di S. Liberatore a Majella era antica dipendenza  beneventana di S. Salvatore di Brescia. Il prof. Morelli individua altri documenti tratti dal “Cronicon” del monastero di S. Vincenzo al Volturno nel quale l’abate Giovanni III e poi l’abate Roffredo stipulano vari contratti di enfiteusi con proprietari terrieri di origine longobarda di durata di 29 anni oppure , come quello tra Roffredo ed il conte di Chieti Attone, che quale creditore di una somma di 500 soldi verso il predetto monastero, ottiene dall’abate un contratto di enfiteusi con durata fino alla terza generazione, avente ad oggetto metà della curtis di Musiano,ad eccezione della chiesa di S. Maria in Musiano in Penne per un canone annuo di 15 soldi. (“Cronicon Volturnense” doc. 173, anno 984, ottobre Capua)

 La toponomastica e le fonti altomedievali, specie in occasione di lasciti da parte di famiglie longobarde a chiese ci evidenziano la presenza di vari “Gualdi” sul territorio, come di “Fare” , come anche di insediamenti di uomini liberi risalenti all’epoca longobarda (mons o silva arimannorum, gualdus excitalis, silva hominum reatinorum); questi spesso divenivano  dei piccoli proprietari terrieri destinati a presidiare il confine settentrionale del ducato di Benevento[15] . L’Autore [16] evidenzia come vi siano molteplici prove di come in Abruzzo ed in tutta l’Italia Centro – Meridionale permanessero donazioni, atti di vendita e transazioni “more Langobardorum”. In Abruzzo poi, consistenti tracce di quanto si afferma sono state riscontrate fino a poco prima della Seconda Guerra mondiale.

Per tornare ai Longobardi è nel periodo che va dal VIII all’XI secolo che le antiche villae rusticae tipiche del tardo impero si perpetuarono con il termine curtes sotto i Longobardi e con il termine villa sotto i Franchi.  Queste erano di proprietà laica o ecclesiastica od anche del fisco regio ed  erano composte da una pars dominica  (riservata al padrone) e dalla pars massaricia . La pars dominica ricomprendeva al suo interno anche tutti i servizi quali il mulino, il forno, il frantoio, l’eventuale laboratorio per la costruzione di attrezzi agricoli, per la tessitura etc. Contrariamente a quanto si pensava fino a poco tempo fa, l’economia “curtense” che si pensava “chiusa” (cioè autosufficiente), in realtà dava vita a traffici e commerci. La pars dominica era gestita direttamente dal proprietario o attraverso schiavi o attraverso le prestazioni cui erano tenuti i contadini  ed i servi (corvées), inoltre in essa erano ricompresi i pascoli e le zone boschive. I contadini , inoltre, coltivavano per sé (provvedendo a dare una parte dei frutti al proprietario), la pars massaricia (attuale massaro e masseria) . Ogni famiglia possedeva un’estensione di terreno proporzionata alle sue capacità di lavoro chiamata manso (tuttora esistenti in Alto Adige). I contadini godevano dei frutti della terra, avevano il diritto di mandare a pascolare il bestiame sulla pars dominica e di rifornirsi di legna presso il bosco. Molti centri urbani  conquistati dai Longobardi caddero in profonda crisi, comprese   le diocesi vescovili ivi ubicate [17]. La stessa struttura della “Fara”[18] identificava delle grandi famiglie divise poi in molti rami minori che conservavano il legame di stirpe sotto la designazione di consorterie feudali, nobiliari, famiglie di torre e di loggia. Il raggruppamento di più “Fare” legate tra loro da legami familiari e patrimoniali era chiamato “Sippen”. La “Fara” finiva per assumere su di sé importanti attribuzioni dapprima religiose e giudiziarie, per poi divenire corte dove si stipulavano atti, si risolvevano controversie e si tenevano placiti. Un acuto studio del prof. Vittorio Morelli[19] che approfondisce le tematiche di un lavoro di Hermann MŰLLER sulle contee e gastaldati abruzzesi, ha il grande merito dell’aver recuperato le testimonianze presenti nel Chronicon Casauriense, di Carpineto sulla Nora, di San Vincenzo al Volturno, dell’abbazia di Cassino (Memoratorium dell’abate Bertario), S. Stefano in Rivo Maris, del Martyrologium di S. Bartolomeo di Carpineto sulla Nora, rinvenuto dall’autore a New York. A ciò si aggiungano ulteriori codici quali quello su S. Maria delle Tremiti (Chartularium Tremitense di A. Petrucci), quello su S. Maria di Picciano e su altre chiese abruzzesi nonché su  S. Basso di Termoli. L’autore, in tal modo realizza per quanto riguarda la codicistica una “storia longobarda dell’Abruzzo” (ma anche del Molise), ed in modo comparativo evidenzia sotto vari aspetti: legislazione, politica agraria, arte, architettura, musica, abbigliamento, religione, culti, magia, usi costumi, giuochi, tempo libero, cucina ed abbigliamento. L’autore dimostra in modo davvero sorprendente come i Longobardi abbiano inciso sulla nostra vita.

[1]      A. Staffa “Le origini antiche di Pescara: l’abitato di Ostia Aterni – Aternum”, pag. 17 , in Pescara Antica – Il recupero di Santa Gerusalemme – Pescara, Carsa, 1993.

[2]      A. Staffa op. cit., pag. 15 .

[3]      A. Staffa op. cit., pag. 16 .

[4]      Cfr. Licio Di Biase, “La grande storia Pescara – Castellamare dalle origini al XX secolo”, ed Tracce, Maggio 2010, Paolo Diacono “Historia Langobardorum, L. II. 19
[5]      Cfr. Vittorio Morelli , Aterno (Aternum, Piscaria), “I Longobardi in Abruzzo e Molise”, ed. Universitaria 2005 pag. 117
[6]      Chr Vultur. Presso A.L. Muratori in R.I.S. t. I, p. II, pag. 353, MDCXXV).
[7]      Chris Wickham “L’Italia nel primo medioevo. Potere Centrale e società locale (400 – 1000).
[8]      In tal senso Vittorio Morelli “I Longobardi in Abruzzo e Molise”, ed. Universitaria, anno 2005, che afferma che “pochissime lacunose e rare sono le notizie di gastaldi a Pescara, anche se ne sono stati individuati alcuni”.
[9]      Cfr. Simonetta Longo, “Silva Sambuceti (1095 – 1099). La conquista normanna della bassa valle del Pescara”, pag. 32, ed. Solfanelli , anno 2008.
[10]    Giancarlo Pelagatti “Dalla “Sinagoga di Satana” alla nuova Gerusalemme. L’Archetipo dell’ebreo deicida e le origini della Chiesa di S. Cetteo di Pescara”pag. 27, in Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, anno 2006, L’Aquila.

[11]    Cfr.A. Staffa “I Longobardi in Abruzzo” in “Tracce demiche di origine longobarda in Abruzzo, op. cit. pag. 46.
[12]         Memoratorium di Bertario di Montecassino, v. Bloch 1986, II,pp. 903 – 904; Pellegrini, 1990, pag. 256,  cfr. A. Staffa “I Longobardi in Abruzzo” in “Tracce demiche di origine longobarda in Abruzzo” Primi risultati di una indagine multidisciplinare, Museo delle Genti d’Abruzzo Quaderno n. 30, pag. 26, ottobre 1999.

[13]    Cfr.A. Staffa “I Longobardi in Abruzzo” in “Tracce demiche di origine longobarda in Abruzzo”, op. cit. pag. 26, il quale a sua volta trae la notizia dal  Memoratorium di Bertario di Montecassinmo op. cit. pag.. 912, n. 49.

[14]    Vittorio Morelli “I Longobardi in Abruzzo e Molise”, pag. 180, Universitaria Editrice, Via dei Vestini 116 Chieti, anno 2005 tipografia Brandolini.(doc. 153, anno 982, dicembre 1 – 24 Penne)
[15]    [15]A. Staffa “I Longobardi in Abruzzo” in “Tracce demiche di origine longobarda in Abruzzo”, op. cit. pag. 23.
[16]    Vittorio Morelli “I Longobardi in Abruzzo e Molise”, pag. 311, Universitaria Editrice, Via dei Vestini 116 Chieti, anno 2005 tipografia Brandolini.
[17]    Cfr.A. Staffa “I Longobardi in Abruzzo” in “Tracce demiche di origine longobarda in Abruzzo, op. cit. pag. 27.
[18]    Vittorio Morelli “I Longobardi in Abruzzo e Molise”, pag. 307, Universitaria Editrice, Via dei Vestini 116 Chieti, anno 2005 tipografia Brandolini.
[19]    Vittorio Morelli “I Longobardi in Abruzzo e Molise”, Universitaria Editrice, Via dei Vestini 116 Chieti, anno 2005 tipografia Brandolini.
[20]    Vittorio Morelli, op. cit.

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